La ragazza che levita di Barbara Comyns


In un tetro e grigio sobborgo londinese degli inizi del novecento, la diciassettenne Alice Rowlands vive assieme alla madre, una donna gentile ma fragile e malata, e al padre, un veterinario brutale che ha impiantato la sua sudicia clinica in casa e non lesina crudeltà ai chiassosi animali e agli altri viventi, in particolare alla moglie e alla figlia che quasi modulano i loro respiri nel terrore delle sue angherie. Alice viene trattata per lo più da ingenua ma non lo è affatto, è una giovane donna acuta che affibbia nomignoli e ha chiaro con chi le piace stare e con chi no. Morta in breve tempo la madre, tenta di barcamenarsi tra ciò che pare ineluttabile, disprezzo e umiliazioni, aggrappandosi con inusuale compostezza e leggerezza a quelle sporadiche presenze dalle quali può attingere quel poco di gentilezza e affetto di cui la vita pare averla privata: l’amica muta Lucy dalla pelle verdognola, la logorroica governante Mrs Churchill che prova a mettere in riga l’amante del padre e l’apprendista veterinario “Occhiolino”, che comprende i pericoli che si agitano intorno ad Alice e tenta di agire in suo soccorso.

Attorno a quest’ultima, però, iniziano a muoversi personaggi grotteschi in situazioni sinistre e ambientazioni gotiche. La narrazione procede veloce mentre Alice pare ritirarsi sempre più in se stessa, in prossimità di incombenti pericoli, fino a che improvvisamente il suo corpo non prende a fluttuare, come se la sua più intima essenza avesse deciso che, per mettersi in salvo da sola, fosse necessario uscire dall’automatismo della percezione e collocarsi altrove.

Procede così The Vet’s Daughter (1959), La ragazza che levita (2019), un libro di Barbara Comyns pubblicato di recente per i tipi di Safarà, con la traduzione di Cristina Pascotto.

Sulla quarta di copertina, si legge “Barbara Comyns è una precorritrice di Angela Carter”, ma la folgorazione che ho avuto è dovuta ad un’altra analogia, cioè alla consonanza profonda che ho avvertito con Abbiamo sempre vissuto nel castello di Shirley Jackson (Adelphi 2009, trad. Monica Pareschi), scritto nel 1962 e cioè solo qualche anno dopo del libro di Comyns.

In entrambi i romanzi, risuona l’eco della irrimediabile solitudine delle giovani personagge, la percezione chiara della loro vulnerabilità “quasi che il niente della risposta – né la ferita né la cura – non fosse ammesso. O quasi che l’assenza di ferita e di cura non fosse neanche pensabile” (A. Cavarero, Orrorismo. Ovvero della violenza sull’inerme, Feltrinelli 2007). Tutti e due i libri sono pervasi dalla stessa sensazione claustrofobica, provocata dalla consapevolezza di quanto possano essere crudeli gli umani; da un’ineluttabilità ipnotica associata ad una tensione perenne suscitata, in chi legge, dal desiderio struggente che si possa approdare infine a ciò che sana, senza potersi accontentare di niente di meno.

Ma le due scrittrici hanno “toccato l’altro”, hanno avuto modo di farne esperienza a partire da sé, attraverso la propria personale storia di vita, compresa la conoscenza diretta della violenza e la derisione del “non conforme” e mi pare che questi elementi emergano con una certa chiarezza in entrambi i romanzi.

<<[…]“L’ipotesi può essere quella di contrattare una vulnerabilità immediata e senza precedenti, come si domanda Butler, ma quali sarebbero le strategie a lungo termine? «Le donne conoscono bene questo problema, lo conoscono praticamente da sempre, e nessun aspetto del trionfo coloniale ha reso meno netta la nostra esposizione a questo tipo di violenza. Possiamo pure apparire impermeabili, ripudiare la vulnerabilità. Il solo fatto di essere socialmente costituite in quanto donne non può impedirci di diventare a nostra volta violente. Poi c’è l’altra opzione, quella antica, secondo cui desiderare la morte o morire rappresentano il tentativo vano di limitare o schivare il colpo successivo>>” (A. Pigliaru, Giornale Critico di Storia delle Idee – 12/13; 2014-2015).

Vulnerabilità e banalità del male che, ne La ragazza che levita, si inseguono in un crescendo ispirato ma disomogeneo, in questo sta una netta differenza con il capolavoro di Shirley Jackson che è invece una perfetta costruzione narrativa dalla prima parola fino all’ultima. Abbiamo sempre vissuto nel castello è la perfetta edificazione gotica di una favola nera, un distillato di ferocia e suspense dove la compassione, quando fa capolino, è immediatamente bandita dal gioco delle tre carte. Chi mai potrà dimenticare la malevola litania dei bambini a Merricat? <<Merricat, disse Connie, tè e biscotti: presto vieni./Fossi matta, sorellina, se ci vengo m’avveleni./Merricat, disse Connie, non è ora di dormire?/In eterno, al cimitero, sottoterra giù a marcire!>>.

La banalità del male e la cattiveria  si insinuano – ulteriore affinità con Comyns – tra le pagine “senza che Shirley Jackson abbia bisogno di alzare la voce” ha scritto di lei Stephen King, dopo aver dichiarato più volte di essere stato influenzato dalla  scrittura ricca di suggestioni, raffinata ed elegantissima dell’autrice statunitense.

Come scrive Alessandra Pigliaru nella sua splendida recensione di La ragazza che levita (il manifesto 20/8/2019)“[…]il romanzo è la parabola del vivere sgangherate eppure mai imperdonabili. Il pregio di Barbara Comyns sta nell’ aver dato parola alla sedizione di fare giustizia di sé stesse, rivelando che talvolta ciò si traduce in un azzardo antigravitazionale.[…]”.

“[…]Sentii un piccolo brivido di trionfo. Potevo fluttuare a mio piacimento; non era un sogno, né una malattia. Potevo davvero levitare. Mentre camminavo verso casa nel pomeriggio morente, sentii un orgoglio tutto nuovo.[…]” Pensa Alice, quando elabora il prodigio di sé.

Barbara Comyns è un’interessantissima scrittrice da riscoprire, con una grande vocazione che ha avuto la capacità di sviluppare da autodidatta mettendosi alla prova in non più giovane età, ha infatti iniziato a pubblicare intorno ai quarant’ anni. Consiglio, quindi, questo romanzo intenso e fulminante nel quale il desiderio, in chi legge, di osservare il prodigio di Alice, la meraviglia del suo “vivere sgangherata eppure mai imperdonabile” è una fiamma che rimane accesa ben oltre l’ultima pagina.

 

Titolo: La ragazza che levita
Autrice: Barbara Comyns

Casa Editrice: Safarà Editore
Traduzione: Cristina Pascotto
Lunghezza stampa: 156 pagine

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2 risposte a "La ragazza che levita di Barbara Comyns"

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