108 metri

108 metri (the new working class hero) è l’ultimo libro pubblicato da Alberto Prunetti e seconda parte di una trilogia che ha avuto la sua genesi nel 2012 con Amianto (una storia operaia). Una trilogia tutta working class; non è banale né scontato ripeterlo, ché Alberto questo aspetto l’ha posto in calce al titolo ogni volta.

Nel secondo atto di questa trilogia il sottotitolo diventa anglosassone perché Alberto ci porta proprio in Inghilterra, patria della (de)industrializzazione per eccellenza, dove più di un secolo fa nacque la classe lavoratrice e dove due giovani tedeschi, certi Karl Marx e Friedrich Engels, si trasferirono per studiarla. È un’Inghilterra deindustrializzata appunto quella che ci fa conoscere Alberto, un’Inghilterra nella quale non ha quasi più senso chiedere pane né rose: ci fa conoscere le cucine dei ristoranti (finto)italiani e dei refettori delle scuole classiste albioniche, e la voragine infernale di un centro commerciale dove è meglio tenere nascosto perfino il proprio accento, non si sa mai.

È una storia epica quella che ci racconta il Prunetti, di un’epica un po’ stracciona forse, monicelliana, per meglio dire: è la storia di una sconfitta, di tante sconfitte, inglesi e italiane. Come reagire allora? Con le parole, ovviamente. Questo il compito del poeta, dello scrittore, di chi come Alberto, alla stregua del Werferth borgesiano di Anno Domini 991, ha imparato a usare le metafore: continuare la battaglia con altri mezzi, scegliendo con cura quelle parole che possono contribuire a cambiare il mondo, giusto come insegnavano i gesuiti cattocomunisti nelle Citta’ del Ferro dove Alberto è nato e cresciuto.

Questo scritto da Alberto non è solo un libro importante, è molto di più: è una proteina che deve essere inoculata nella società per creare quella reazione a catena che farà deflagrare il capitalismo di quest’era post-fordista lunga trent’anni, che schiaccerà quella venefica Entità che, uscita ribollendo dalle paludose acque del delta del Po, è passata per la Val Susa ed è arrivata in terra di Albione assumendo le tremende fattezze di Margaret Thatcher, la Lady di Ferro (sembra quasi uno scherzo, o una brutta presa in giro chiamarla così), colei che distruggendo definitivamente il movimento operaio inglese pronunciò una frase d’una ferocia inaudita: “non esiste piu la società, soltanto l’individuo e la famiglia”. Microcosmi e solitudine, in pratica.

May you burn in hell, Maggie!

Per questo motivo 108 metri è un’opera intesa per esser letta ad alta voce, per esser condivisa, ché il culo bisogna salvarcelo il più collettivamente possibile.

108 metri è un libro scritto di getto, è un’opera di free jazz, dove l’autore propone i propri canoni migliori, ovvero quei pezzi che ogni volta che li racconta, li racconta sempre meglio, e nel raccontarli diventa sempre più bravo nel farlo. Forse è per questo che qualcuno si è spinto a parlare di composite e charachter, o, per dirla con la nostra grammatica, di correlativi oggettivi, non so, non credo sia questo il cuore della questione, ma so per certo che 108 metri non è il seguito di Amianto, bensì molto di più: alcuni personaggi ed ambientazioni sono simili, certo, i comandamenti operai sempre gli stessi, ovviamente. Amianto, però, era una testimonianza: della vita di Renato, dei suoi insegnamenti, del suo lavoro, delle sue lotte, della sua tragica morte. 108 metri compie un salto di qualità non indifferente: gli operai ora sono i protagonisti, raccontano la loro storia in prima persona, assumono finalmente una voce propria, forse meno autobiografica ma di certo più argentina.

Per dirla con degli esempi noti: meno Paolo Volponi, più Anthony Cartwright (o Margaret Powell, o David Peace, o Irvine Welsh, che è più working class di quanto pensiate, maledetto labeling).

Se Amianto era un cazzotto alla bocca dello stomaco, la lettura di 108 metri è il morso del ciuco che ti fa la vita: 108 metri, infatti, è un libro riuscito ed efficace, ti strappa la risata quando vuole far divertire, ti fa scendere il lacrimone quando ti vuol commuovere.

108 metri è un libro punk, perché il punk è il jazz degli operai.

108 metri è poi un libro dai chiari echi bianciardiani: l’invettiva (Bloody hell!) che usa Alberto in alcuni brani del libro, la mescolanza di comico ed aulico, il registro linguistico dell’opera, in particolar modo lo Spanglish del cuoco Long John, ne sono chiari segni; solo che Alberto è stato talmente bravo che a Luciano non gli fa il verso, Alberto è se stesso per tutte le 140 pagine del libro.

È per questo che 108 metri è un libro coraggioso: l’occasione di pubblicarlo gliela offre la prestigiosa Laterza, ma lui resiste alla tentazione di fare il compito pulito, il bell’esercizio di stile, invece sporca e ibrida la sua prosa restituendoci un libro straordinario. Brava Laterza a credere in lui e ad inserirlo, insieme ad esempio alla Lettera sovversiva della Roghi, nella giusta piega tra saggistica e narrativa; guarda caso, prima di loro, uno dei pochi ad esser stato pubblicato dalla casa editrice che non fa narrativa è stato proprio Bianciardi (insieme a Cassola) con I minatori della Maremma.

108 metri è un libro che ha avuto una gestazione lunga, quasi 6 anni, anni nei quali Alberto di cose ne ha fatte: il figlio, per esempio, è diventato padre.

E allora è giusto chiudere con le parole di Quattr’etti

Cantagliele sode e vedi di raccontalla per le rime la nostra storia… Ora tocca a voi doventa’ padri.

Cantacele sode Alberto, a noi lettori, a noi figli di questa società liquida e liquefatta; cantale sode a chi è (stato) costretto a scappare da quest’Italia su una strada ferrata costruita 108 metri alla volta, a chi va pel mondo con le castagne in tasca ma non vuole più camminare da solo, diglielo:

You’ll never walk alone

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Titoli di coda

Questo post non è solo il frutto della mia lettura del libro, alla farina del mio sacco s’è aggiunta quella macinata durante una presentazione del libro: e allora è giusto ringraziare e dare credito per primo ad Alberto Prunetti, alle sue letture dal vivo e alla sua disponibilità; all’Associazione Culturale Kansassìti di Grosseto che ha organizzato la serata e ci ha allietato con della buona musica e dell’ancor meglio vino rosso; a Roberta Lepri che ha aperto la serata e al prof Simone Giusti, del collettivo #Bianciardi2022, che l’ha conclusa; a chi ha partecipato e alle domande che ha fatto ad Alberto, che mi hanno chiarito un sacco d’interrogativi. Un grazie alle influenze di Federico Guglielmi, aka Wu Ming 4, alla sua esegesi della Battaglia di Maldon e alla presentazione di Iron Towns che ha fatto a Roma con Cartwright; alle conversazioni tra Wu Ming 1 e il maestro Lovecraft, alle parole di Girolamo De Michele. Una special menscion a xho e al progetto Futbologia.

Titolo: 108 metri (The new working class hero)
Autore: Alberto Prunetti
Editore: Laterza
Collana: i Robinson/Letture
Serie: Storie di questo mondo
Pagine: 146
ISBN: 9788858132678
Prezzo: cartaceo 15€, ebook 9,49€

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