Bastava chiedere! di Emma Clit

“Sai ho letto un libro, una graphic novel, sul carico mentale delle donne (entusiasmo!)”

“…Il carico mentale delle donne??? Cos’è?! (estrema preoccupazione)”
“Bah, oddio, hai in mente quella cosa per cui tu pensi a circa due o tre cose da realizzare nell’arco della tua giornata e le fai, e la tua compagna fa tutto il resto cioè pensa e realizza circa venticinque o trenta cose nel tuo stesso tempo?”
[dialogo fittizio tra me e un mio ipotetico amico maschio]

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È difficile spiegare, a chi non è una donna, cosa sia il carico mentale.Per contro a una donna non c’è affatto bisogno di spiegarlo.
Una donna però potrebbe non accorgersi di essere vicina al burn out: la nostra attitudine alla presenza, il nostro esserci sempre nella relazione e soprattutto nella famiglia, sono dati talmente scontati da non meritare più di un pensiero neppure da parte nostra.
Ci occupiamo dell’organizzazione quotidiana, del benessere emotivo, della salute e della serenità di tutti i membri della famiglia e lo facciamo automaticamente. Oppure ci sentiamo in colpa se non lo facciamo.
Molte donne, leggendomi, ora staranno pensando, un po’ indignate: “Io non mi comporto affatto così, e non mi sento nemmeno in colpa” oppure altre “Io ho scelto questo ruolo, lo trovo gratificante e ne vado fiera” e io non ho motivo di dubitarne!
Ma quante siete, quelle davvero felici intendo, in percentuale?
E se siete così sicure di voi, c’è qualche motivo per mettersi sulla difensiva quando si tratta questo argomento?
Per fortuna ci ha pensato Emma Clit, ingegnera informatica e illustratrice, trentasei anni con un figlio di sei.

E ha cominciato a chiedersi se il disequilibrio di genere non potesse essere modificato verso un più giusto equilibrio, proprio a partire da un disegno.
Del genere “ti faccio un disegno così capisci”.
E ha disegnato e disegnato e disegnato per tre libri, nei quali cui racconta 10 storie di femminismo quotidiano, cioè 10 storie in cui le donne realizzano il carico mentale cui involontariamente e invariabilmente si sottopongono e vengono sottoposte.
A volte è la stessa Emma a dare un’alternativa, ma per lo più è il lettore che capisce, e ride, si illumina, ci pensa, improvvisamente sente un dolore lancinante per tutto il tempo perso e realizza con orrore che le relazioni potrebbero davvero essere gestite in maniera molto più equilibrata.
È vero, molti uomini leggendolo (o anche solo leggendo questa recensione) potrebbero pensare: “Beh, ma io a casa faccio la mia parte, collaboro alla pari!”
Tanto meglio! Risponderebbe Emma.
Questo non toglie che in Italia le donne facciano ancora 2 volte e mezzo il lavoro degli uomini (e sul mercato del lavoro guadagnano il 25% in meno mentre in casa nessuno le paga né le gratifica) e che quindi c’è ancora tanto da dire e da fare, in questo senso.
Tutti dovrebbero leggere questo libro, nessuno escluso.
Le donne perché possano sorridere e un po’ commuoversi e poi magari cambiare qualcosa.
E tra questi cambiamenti mettere in conto che trattare gli uomini come bambini incapaci non è una gran politica.
Gli uomini perché magari con un disegno capiscono che è ora di smetterla di adattarsi ad un ruolo infantile.
E i ragazzi e le ragazze, perché entrino nella vita adulta e di relazione con un passo diverso.

Titolo: Bastava chiedere! 10 storie di femminismo quotidiano
Autrice: Emma Clit
Traduttore: Giovanna Laterza
Editore: Laterza
Pagine: 186 p., ill. , Brossura
EAN: 9788858139233
Prezzo: 18 euro cartaceo, 9,99 ebook

4 risposte a "Bastava chiedere! di Emma Clit"

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  1. lo spero davvero, Paolo e sono sicura che in parte è così, almeno tra le giovani coppie più benestanti e con accesso a meggiori risolrse culturali.
    ma non permettiamoci di dimenticare che ci sono tante giovani donne che non arrivano nemmeno a formulare un pensiero di carico emotivo, il cui ruolo è questo perchè non hanno avuto mai nessun modello alternativo con cui confrontarsi – e tanti giovani uomini che non hanno modo di mettersi in discussione.
    penso alle giovani coppie del Sud Europa, di moltissime fasce sociali africane, asiatiche, sudamericane…
    Qualcosa sta cambiando, tu hai ragione, ma la necessità di non smettere di spingere per ulteriori e più diffusi cambiamenti è ancora impellente.

    Piace a 1 persona

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