I nostri cuori perduti

Dopo Tanti piccoli fuochi ho atteso con una certa trepidazione la traduzione del nuovo libro di Celeste Ng, che non delude le aspettative consegnandoci con I nostri cuori perduti una delle più perfette e calzanti distopie dei nostri giorni e, contemporaneamente, una commovente celebrazione del potere dei libri, dei racconti della tradizione e della parola stessa come mezzo creativo di resistenza alla disumanizzazione crescente e generalizzata alla quale assistiamo ormai da tempo.

Per le fondamenta della narrazione l’autrice si è ispirata ad avvenimenti accaduti realmente nel recente passato e nel presente degli Stati Uniti dove, per motivi di controllo sociale e politico, bambine e bambini sono stati e sono tuttora allontanati dalle loro famiglie, dalle madri – circostanza che accade, seppure con differenti modalità, in altri luoghi del mondo, Italia compresa.

Celeste Ng prende come spunto situazioni come i collegi statali per i bambini indigeni, le separazioni familiari che avvengono nel confine meridionale degli Sati Uniti e, per costruire la sua storia, si ricollega agli episodi di discriminazione, nei confronti di persone di origine asiatica, delle quale lei stessa riconosce le radici profonde ma che hanno avuto un incremento notevole nel periodo iniziale della pandemia.

I nostri cuori perduti è ambientato a Cambridge nel Massachusetts ma potrebbe svolgersi tranquillamente in molti altri luoghi del mondo.

Noah, che ha scelto di chiamarsi Bird, vive con il padre Ethan, un linguista che ha dovuto ripiegare lavorando in una biblioteca universitaria. Sua madre Margaret, una poetessa di origini asiatiche, è andata via di punto in bianco di casa quando lui aveva solamente nove anni e da allora il padre ne ha cancellato le tracce dalle loro vite, disconoscendo ogni legame con lei. Dopo aver raccolto cautamente indizi, Bird inizia un lungo viaggio poiché scopre che un verso di una poesia di Margaret è diventato il manifesto, le parole d’ordine utilizzate dai dissidenti contro le nuove leggi emanate dal Governo, contro il Pact che è:

“la promessa di proteggere i nostri ideali e i valori americani; la promessa che coloro che indeboliscono il nostro Paese diffondendo idee antiamericane dovranno pagarne le conseguenze. Da Impariamo cos’è il Pact. Una guida per giovani patrioti (…)

Il Pact è un elemento chiave nello sforzo di salvaguardare l’America dalla minaccia di influenze straniere (…)

Il Pact protegge i bambini innocenti dall’azione di genitori inadatti e antipatriottici che indottrinano i figli con idee false, sovversive e antiamericane.”

Il Pact, rispetto alla Crisi che l’ha preceduto, sembra quasi un progresso a chi crede che comportandosi bene, come viene richiesto, non ne sarà colpito. Ma noi già sappiamo che di fronte a certi orrori nessuna sarà salva, in nessun luogo e in nessun tempo.

Entrato in vigore con l’espediente di una pesante crisi economica e sociale, il Pact è una summa conservatrice e retriva che gode del favore dell’opinione pubblica, a conferma di come la banalità del male s’insinui e s’innesti in ogni luogo e in ogni epoca storica, senza dare ai più il tempo di realizzarne i danni, laddove la diffidenza nei confronti di chi è diverso e le recessioni stesse vengono strumentalizzate per introdurre l’uso della forza e le feroci ingiustizie nella gestione del potere e per il perseguimento di politiche razziste, classiste, in generale discriminatorie e antidemocratiche. In particolare, nella storia di Celeste Ng il governo utilizza come minaccia nei confronti degli adulti, affinché diventino patrioti devoti e delatori, il bene più prezioso: le bambine e i bambini, “i nostri cuori” sottratti e quindi perduti.

Il racconto si dipana su molteplici piani temporali narrativi attraverso l’uso di dialoghi indiretti, espediente quest’ultimo che ne amplifica il carattere intimo di colloquio interiore al quale non si può assistere senza compassione.

Le personagge sono tutte, ciascuna a modo proprio, donne forti ma soprattutto riescono a custodire in sé stesse desiderio di autenticità e volontà di riparare al danno, di agire in direzione ostinata e contraria. Sadie, l’amica brillante e intraprendente di Bird; la Duchessa, l’amica per sempre di Margaret che si mette a servizio della causa; e infine lei, Margaret, che racconta storie a Bird piccolissimo perché il mondo acquisti un senso per lui, per consegnargli gli strumenti – le parole – affinché possa decifrare il mondo in profondità. Margaret racconta per dare forma e sostanza alla sua vita attraverso i ricordi dei racconti che abitano in lei da generazioni, attraverso i libri che ha letto e che ha amato, attraverso i racconti originali che scaturiscono dalla sua stessa fantasia. Margaret racconta tante, tantissime storie che in realtà sono tutte contenute nella storia più grande: quella di un bambino, di una madre e del suo grande, grande amore per lui.

“Forse la vita è proprio questo: una lista infinita di errori che non cancellano certo le gioie, ma che semplicemente le riscoprono mescolandosi con esse, con tutti i momenti che compongono il mosaico di una persona, una relazione, una vita. Ecco cosa imparerà Bird: che sua madre è fallibile. Che anche lei è umana.”

Tornano in gioco in questo libro temi fondanti di scrittrici e di libri che ho molto amato: le sottili questioni di sorellanza e della maternità mi ricordano Le madri di Britt Bennett; l’abisso nel quale può piombare la coscienza americana, l’urgenza collettiva di inserire le persone in rigide categorie come utili strumenti di discriminazione mi portano dritta da Catherine Lacey in A me puoi dirlo. Il libro di Celeste Ng parla al nostro cuore e ci mette in guardia dal sottovalutare il presente con un’urgenza simile a quella che ho trovato ne Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood. Ma mentre in Atwood ho sempre avvertito l’esile e pungente conforto della rabbia che spinge a lottare anche per sé stesse, I nostri cuori perduti mi lascia appiccicata addosso la malinconia di una canzone triste, nonostante il finale non neghi affatto a chi legge un luccichio di speranza. Ed ecco che, chiudendo il libro, capisco in un lampo da cosa derivi tutta la malinconia, la canzone triste scivola via facendo spazio ad una parola che ha forza di uno stiletto, tanto da lasciare una ferita, una piaga che versa, che stilla sangue ed è costitutiva dell’essere umano: la nostra eterna, eppur sempre nuova, vulnerabilità.

[Consigliato a chi non riesce proprio a rimanere indifferente di fronte alle ingiustizie del mondo, a chi alzando gli occhi al cielo si immagina sul drago volante che ha la forma di una nuvola, a chi si commuove un poco ascoltando Skinny love di Bon Iver.]

Il libro: I nostri cuori perduti
L’autrice: Celeste Ng
La traduttrice: Federica Aceto
Casa editrice: Mondadori
Pagine: 348

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4 risposte a "I nostri cuori perduti"

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