Ulisse nella traduzione di Mario Biondi

“Una cosa è l’oscurità dell’autore, voluta o imposta dalla furia creativa, ma del tutto diversa è quella del traduttore, che potrebbe ingenerare il dubbio: ha voluto rispettare l’oscurità dell’autore o non ha capito bene? Meglio, secondo me, cercare di evitarla”.

Questa la presentazione, nei suoi Prolegomeni, dello stesso Mario Biondi alla sua opera: mi pare che la parola chiave, per il suo lavoro, sia chiarezza. Certo, accostare chiarezza e Ulisse potrebbe suonare un ossimoro, ma direi che in questo caso il traduttore ci è riuscito, o quantomeno ha fatto più che il possibile, in primo luogo con una serie di piccoli ma rilevanti accorgimenti stilistici: sostituisce i due punti di Joyce con punto e virgola, per segnare uno stacco maggiore; aggiunge qualche virgola; scioglie una parola complessa con una subordinata (spesso una relativa) o addirittura con una coordinata. A volte questo gli costa rinunce sonore, come ad esempio i cervelli “pasciuti e pascentesi” (“fed and feedings”) della precedente traduzione di Giulio de Angelis che diventano “nutriti e che si nutrivano” (ep. 2).

È difficile conciliare senso e sonorità, perciò altre volte, come nelle canzoni e nelle poesie, Biondi cerca piuttosto di riprodurre ritmo e rima; soprattutto per le canzoni popolari, sarebbe vano rincorrere troppo un significato a noi lontano. Un’attenzione alla sonorità che emerge comunque in molti altri casi, ad esempio in “drab abraded leather” “rovesciamento di lettere) reso con “bigio gibboso cuoio”, o “hoping you’re well and not in hell” (rima interna) reso con “speriamo che tu stia bene in sempiterno e non all’inferno”; ancor di più nelle “beatitudini britanniche” (“british beatitudes: beer, beef, business, bibles, bulldogs, battleship, buggerty and bishops”, ep. 14): “birra, bistecca, baiocchi, bibbie, bulldog, battaglie, baciacula e badesse”, prediligendo suono e senso a una traduzione letterale. Geniale, poi, in ep.15, la traduzione di “ticktacktwo wouldyousetashoe” con lo scioglilingua milanese “tu che tacchi i tacchi, taccami i tacchi a me”.

Nello stesso senso i giochi di parole, tanto amati da Joyce, ma spesso difficili da tradurre; ad esempio, “Mrs Marion Bloom has left off clothes of all description” (has left-off clothes = “ha indumenti dismessi”, senza il trattino “si è tolta indumenti”), quindi “la signora Bloom si è liberata di indumenti di qualsiasi tipo”, mantenendo anche il doppio senso licenzioso. Un gioco di parole particolare, ricorrente in tutto il testo, è quello Bloom/Flower/Virag (il nome ungherese del padre), che diventa “la sfumatura blu della segale in fiore (“blue Bloom”).

Nel senso della maggior chiarezza possibile si inserisce quella che aprendo il libro a caso salta subito all’occhio come la novità principale: la sostituzione del famoso trattino usato da Joyce per il discorso diretto con le virgolette «», definite sergenti. Una decisione spiegata sempre nei Prolegomeni: il trattino non si chiude, mentre le sergenti offrono il vantaggio ulteriore di poter usare le altre virgolette in alto al loro interno.

Sempre per chiarezza, il testo è corredato da note direttamente in calce, ricche, di facile consultazione, direi in giusto numero e della giusta misura, spesso buffe, un po’ perché riportano episodi particolari della vita di Joyce, un po’ perché scritte sempre con una piacevole ironia (si citano anche i film dei Monty Python!). troviamo così aneddoti sui litigi dell’autore con amici o editori, sulle sue fobie, sulle sue storie d’amore, sulle sue sbornie; ma anche la spiegazione di usanze e miti irlandesi, sulla storia o la politica; note esplicative sui riferimenti alla teosofia e alla massoneria; collegamenti esterni ad altre opere, in particolare a Shakespeare, o ai Dubliners, ed interni all’opera stessa, in modo da segnalare i vari rimandi di cui è ricca. Note in cui vengono spiegate le differenze fra le varie edizioni, Oxford (quella utilizzata per la traduzione), Gutemberg (inserita fra parentesi graffe) e Odyssey, più i vari interventi e rimaneggiamenti successivi dell’autore stesso. Spesso inoltre Biondi inserisce riferimenti internet al Joyce project o alle Online notes, nonché si rifà ad altri siti come quello specifico per la cultura irlandese duchas.ie (in gaelico e inglese). Soprattutto, nelle note si cerca sempre di spiegare le sue scelte di traduzione, e spesso anche i vari passaggi che hanno portato a tali scelte. In particolare, ha deciso di tradurre i nomi con significato; abbiamo così Canappia Flynn (Nosey), il cavallo Buttati (Throwaway) e Furia Boylan (Blazes), di cui spiega la genesi: “può significare ‘fiamma’, quindi ‘inferno’ o ‘diavolo’. Ma Diavolo come nomignolo mi sembrava eccessivo. Ho provato con ‘Scintilla’, poi sono passato a ‘Ganassa’, che è l’espressione più adatta ma non so quanto sia nota fuori dalla Lombardia, quindi sono arrivato a ‘Furia’”. Anche le parole della canzone Love’s Old Sweet Song, ricorrente, sono in genere tradotte, tranne quando vengono pronunciate come onomatopee (es. “Suiiiiiiiit”).

Il lavoro principale, come sempre nelle nuove traduzioni, si è concentrato sullo svecchiamento del testo, eliminando le parole desuete della versione precedente: “coppale” diventa “vernice”, “forfecchie” “forbicine”, “affossatori” “becchini”. Questa operazione si nota soprattutto nelle parolacce, che per il pudore degli anni ’60 davano vita a espressioni quantomeno bislacche come “calcio proditorio” (“back kick”, ora “calcio nel culo”) e “dammi una sgrufolatina” (“give us a touch”, ora “dammi una botta”).

In generale, il nuovo testo risulta sempre scorrevole, anche nei tratti di flusso di coscienza o quando il tono si eleva a un livello aulico; un problema particolare si è posto per l’ep. 14, composto nei vari stili in cui si è evoluto il modo di scrivere in inglese: come dice Biondi in nota, “si tratta sempre della traduzione di un calco”. Nell’ultimo episodio, il famoso monologo di Molly, gli errori vengono sempre mantenuti, cercando di riprodurli, per assonanza o somiglianza: laveva, cià, dove che, cosè, cè, unaria, lò tenuto docchio, anchio, ciaveva (in inglese, per esempio, its, dont, cant, Ill, Im).

Solo una piccola critica: dopo aver sottolineato che la prima parte comincia con la S di Stephen (“Stately”, “Solenne”), la seconda con la M di Molly (“Mr Leopold Bloom”, “Mangiava di gusto”) e la terza con la P di Poldy, la terza parte tanto attesa inizia con “Tanto per cominciare” (“Preparatory”): e la P? In compenso, in prima pagina troviamo una stupenda mappa della Dublino nel 1904, per ripercorrere davvero i movimenti di Leopold Bloom, magari proprio nel Bloomsday, il 16 giugno.

Libro: Ulisse

Autore: James Joyce

Traduzione e note: Mario Biondi

Edizioni: La nave di Teseo

2 risposte a "Ulisse nella traduzione di Mario Biondi"

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