Il Moby Dick di Fatica; luci e ombre

Moby Dick: un lutulento, putre, piaccicoso attruppamento di parole

Sull’onda della nuova traduzione del Signore degli Anelli, incuriosita dalle critiche a Ottavio Fatica, sono andata a cercarmi la sua versione di un altro libro che ho molto amato, Moby Dick. Un’edizione che, uscita nel 2015 per Einaudi, suscitò un polverone, per quanto non paragonabile a quello di LOTR, non avendo alle spalle lo stesso fandom. L’ho pertanto confrontata con quella classica di Cesare Pavese, con un occhio anche a quella di Cesarina Minoli.

Le caratteristiche peculiari di Fatica, che è poeta e vuole dimostrarlo, sono secondo me:

  • Le parole ricercate e artificiose. Anche in brani scorrevoli, come scene d’azione o dialoghi, inciampiamo in parole complesse o antiche, che grattano – e se devo andare a cercarle sul vocabolario, mi perdo la scorrevolezza della pagina. Alcuni esempi: “con filosofico panache Catone si getta sulla spada” (dal francese, pennacchio come ornamento e, in ippica, volo del cavaliere oltre il cavallo – in Melville flourish, per Pavese “fiorito filosofare”); “aggricciar” per aggrinzire, rabbrividire (un toscanismo degno della Treccani); i latinismi “iemali” per invernali, “imo” per fondo, “cruore” per sangue; “turchiniccio” per azzurrognolo; “accalmia” per bonaccia, “groppo” per intensa perturbazione; per non parlare di verbi come “attruppati” o “imbrancati” che forse dovrebbero ricalcare Dante. Molto spesso parole contorte servono per ricercare sonorità, soprattutto in allitterazioni, e abbiamo così: “bordate dei botri tonitruanti”, “sullo slancio decrescente del distacco defluimmo”, fino ad arrivare a “fissi per fanatismo, fedeltà o fato”. Troviamo costrutti davvero poetici, che richiamano l’Iliade o un’ode del Manzoni, come “nugolo di uccelli di zampe vellutate”, “in tenui lucori tu vanisci alle mie spalle feroce ferro” o “rostro inguainato, planavano i selvaggi falchi marini”. Molto esemplificativo, a mio parere, il terzetto di aggettivi che descrive il quadro alla locanda dove Ismaele incontra Queequeg: “lutulento, putre, piaccicoso”. Un condensato di allitterazioni e onomatopee che sonoramente rende bene il “boggy, soggy, squitchy” dell’originale, ma che ha bisogno della versione di Pavese “acquitrinoso, fradicio e marcio” per la comprensione.
  • Le inversioni, a volte di singole parole, sulla falsariga dell’anastrofe o dell’iperbato poetici, a volte di intere parti di frasi. Finché si limita a “prova ne sia ulteriore che”, “intera mia esistenza trascorsa” o “coroni la mia morte alto un frangente”, si può ancora seguire agevolmente. Se invece le parti invertite diventano più lunghe, e si uniscono a parole complesse, abbiamo frasi del tipo: “per traslato, sempre che stia in piedi, veemente com’è, la sua particolare demenza aveva preso d’assalto la sua sanità mentale complessiva espugnandola, per poi battere in breccia di concerto il proprio folle bersaglio, sicché Ahab, lungi dall’aver esaurito la forza, in vista di quell’unico scopo disponeva ora di una potenza di fuoco mille volte maggiore di quella mai convogliata, a mente sana, su un qualsivoglia obiettivo ragionevole” – io ho capito meglio l’inglese.
  • Un apprezzabile tentativo di rendere in modo più aderente il testo originale, come nei giochi di parole. Ad esempio il capitano Ahab che “quando sarà guarito, sarà dritto anche questo mio braccio” (“when Ahab is all right, then this left arm of mine will be all right); “ben più che intronizzarlo lo intronavi” (who didst thunder him higher than a throne). Segnalo soprattutto la parola host nel senso di mucchio/armata, reso da Fatica con oste; è vero che la traduzione letterale è corretta, e che anche in italiano esiste un senso uguale, ma per quanto abbia tecnicamente ragione, la traduzione così risulta non solo brutta, ma incomprensibile (ammetto che io non ero a conoscenza di tale significato).
  • Dato che tanto se ne è parlato a riguardo del Signore degli Anelli, i nomi. In questo caso, Fatica li lascia pari pari, compreso Ishmael del famoso incipit, “chiamatemi Ishmael”. Queequeg non diventa Quiqueg e Ahab non diventa Achab o Acab, e questo lo apprezzo. Una menzione a parte per una parola dell’introduzione che io amo particolarmente, spleen: per Ottavio Fatica è sconforto, per Pavese malinconia, per la Minoli tristezza. Ma si sa, è una parola un po’ intraducibile.

Per concludere: è meglio una traduzione bella o una comprensibile? Il traduttore deve scomparire nelle pagine o far sentire la propria voce? Probabilmente la verità, come sempre, sta nel mezzo. Se da un lato è vero che lo stesso Melville usa spesso parole antiche, desuete, shakespeariane, dall’altro Moby Dick è un libro talmente denso di significati, senza contare il fatto che molte parole nautiche e marinaresche sono difficili di loro, che forse un aiuto con lessico e costrutti sarebbe apprezzabile.

Ps: ora vorrei conoscere Ottavio Fatica!!

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