A me puoi dirlo di Catherine Lacey

82865935_2505965623054776_5038783867058651136_oE’ da poco in libreria A me puoi dirlo, Pew nel suo titolo originale, terzo libro di Catherine Lacey tradotto in Italia da Teresa Ciuffoletti e pubblicato da Sur edizioni in anteprima mondiale.

In una cittadina nel Sud della provincia americana, una persona di apparente giovane età viene trovata addormentata sulla panca di una chiesa. Proprio a causa di questa circostanza le viene attribuito il nome Panca, creatura che non parla ma che comprende la lingua di chi si rivolge a lei e della quale non si riescono ad identificare né sesso, né colore della pelle, né qualsiasi altro tipo di segno che possa suggerirne altre origini o appartenenze. Una famiglia caritatevole, religiosa e bigotta come la sua comunità, si offre di ospitare Panca. Da qui si susseguono in un gioco al rimbalzo, come sulla scena di una rappresentazione teatrale, una serie di personaggi che tentano di farle dire qualcosa per indagarne l’identità. Panca, però, al contrario di chi la circonda non avverte l’urgenza di trovare parole per definire sé e ai suoi silenzi troveranno corrispondenza i racconti di vita degli altri, come se il silenzio di Panca fosse in grado di sollecitare confessioni o pensieri che si reputano indicibili e si tengono per sé per il timore di una collettività giudicante.

Il suo arrivo nella cittadina avviene in concomitanza con la preparazione del “Festival del Perdono”, molto simile ad un rito tribale di autoassoluzione collettiva. In questa attesa la sola esistenza di Panca, in quanto indecifrabile, viene percepita come sovversiva, la sua presenza spariglia le carte e mette in agitazione un’intera comunità intimamente razzista, sessista, classista, nella quale la religione diviene un pretesto per abusi e violenza, un mero cliché che si riduce a fanatismo.

“A me è sempre parso – e con l’età che avanza ne sono sempre più convinto – che la gentilezza paghi. Ti dà un senso immediato di gratificazione. Mentre per quel che vedo la fede in un dio – la convinzione che la vita vera si altrove, non qui – serve solo a legittimare la crudeltà. La gente ha bisogno di sentirsi nel giusto per togliere qualcosa al prossimo…per compiere atti violenti. E avere un dio dà quella sensazione. E’ come dargli le redini della crudeltà…” fa dire Lacey.

Non si può, con il procedere della narrazione, non avvertire l’eco di uno dei racconti più famosi di Shirley Jackson, La lotteria, nel quale la descrizione disturbante di una comunità pone chi legge in un susseguirsi di innumerevoli momenti di attesa incollati a stati d’ansia. Ma se lo sguardo di Jackson pare più freddo e lucido, quasi distaccato, Lacey invece soffre assieme alle sue storie, si immerge in esse, partecipa dei disagi delle sue personagge.

Catherine Lacey ci consegna, con la sua scrittura, il racconto dell’incertezza. Scompagina l’ordine costituito da altri con domande scomode alle quali ritiene di non voler o di non poter dare risposta, rivelandosi scrittrice acuta e di grandissimo talento, estremamente matura per la sua età e originale portavoce di irrisolti di un’intera generazione o forse della società moderna al gran completo. In quest’ultimo romanzo, in particolare, l’abisso della coscienza americana si riflette pienamente nello sguardo degli adulti che, corrotti crescendo dalla società, hanno perso quel poco senso di onestà e fedeltà a sé, quella flebile fiamma di resistenza all’omologazione che pare ancora essere viva e bruciare nei più piccoli.

L’incertezza esistenziale, la necessità di dover inquadrare l’altra o l’altro in categorie precostituite in base a stereotipi millenari adattati di volta in volta alle esigenze moderne del potere, l’impossibilità di accettare l’altra o l’altro a prescindere da queste categorie ma semplicemente per ciò che è, cioè una creatura vivente, spoglia di qualsiasi attributo che la possa qualificare secondo standard, tutto ciò è parte di quell’abisso.

Del resto, il mondo non si è sempre mosso in questa direzione feroce? Cosa accade, oggi, nei posti di frontiera? Cosa si richiede, come si valutano e cosa si risponde anche alle/ai minori negli uffici dell’immigrazione? Cosa accade di differente nella stessa strada del pianeta Terra se sei donna o uomo, bianco o nero, quale giudizio a priori se sei ricca o povera? Immagino che l’esperienza nella parte del mondo nella quale è nata e vive questa splendida scrittrice le avrà suggerito qualcuna di queste domande, tanto da farle dire ad esempio in un’intervista a Vogue che “Il genere resta la questione più radicata e una donna lo capisce arrivata alla trentina, quando l’impalcatura su cui aveva costruito la propria identità crolla”. Così come sarà stato fondamentale per lei crescere in una famiglia metodista e frequentare per lungo tempo un ambiente religioso.

La scrittura stessa di Cahterine Lacey risulta atipica, non perfettamente catalogabile. Quando pensi che stia virando in direzione dell’onirico, nell’impossibilità di separare realtà e sogno, giri pagina e all’improvviso la sua scrittura diventa lucida e incisiva, affonda in profondità come una lama affilata da chirurga che con un solo gesto può lasciare dissanguate. Ho amato molto il suo primo libro, Nessuno scompare davvero, nonostante la cappa di tristezza che mi sono ritrovata appiccicata addosso per giorni una volta finito. Ho preferito egoisticamente Le risposte forse perché meno doloroso, anche se non perfettamente omogeneo e compiuto come il primo. Faccio fatica a digerire A me puoi dirlo, mi lascia col desiderio di leggere al più presto un’altra storia di questa scrittrice.

Dal “road movie introspettivo” di Nessuno scompare davvero nel quale per cercare di sanare un malessere esistenziale e trovar pace Elyria abbandona improvvisamente marito e lavoro per partire da sola in un luogo remoto, alla distopia con “l’esperimento Fidanzata” di Le risposte nella quale Mary si ritrova ad impersonare un ruolo in una relazione di coppia creata artificialmente e gestita da un apposito team, fino a questo ultimo titolo, A me puoi dirlo, mi pare che scorra sotterranea in tutte e tre le storie di Lacey una delle più imponenti questioni dei nostri tempi: quella che ruota attorno alle relazioni umane, alla possibilità di “incontrarsi” per davvero, alla capacità di comunicare e di capirsi, di riuscire a toccare nel profondo l’altra/o senza necessariamente ferirsi a morte.

L’immagine residua, quella che seppure in maniera mai categorica Catherine Lacey mi lascia, è la consapevolezza di una irrimediabile solitudine alla quale pare destinato ogni singolo essere umano. Ma è davvero così che vanno le cose, è questo il messaggio, oppure è solamente una delle domande senza risposta della scrittrice geniale?

Titolo: A me puoi dirlo
Autrice: Catherine Lacey
Traduzione: Teresa Ciuffoletti
Editore: SUR
Pagine: 220

6 risposte a "A me puoi dirlo di Catherine Lacey"

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  1. L’ha ripubblicato su SUD DE-GENEREe ha commentato:

    Ho scritto una breve rece per PdR

    “E’ da poco in libreria A me puoi dirlo, Pew nel suo titolo originale, terzo libro di Catherine Lacey tradotto in Italia da Teresa Ciuffoletti e pubblicato da Sur edizioni in anteprima mondiale.

    In una cittadina nel Sud della provincia americana, una persona di apparente giovane età viene trovata addormentata sulla panca di una chiesa. Proprio a causa di questa circostanza le viene attribuito il nome Panca, creatura che non parla ma che comprende la lingua di chi si rivolge a lei e della quale non si riescono ad identificare né sesso, né colore della pelle, né qualsiasi altro tipo di segno che possa suggerirne altre origini o appartenenze. (continua a leggere su PdR)

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