Parla della Russia

I took a speed-reading course and read War and Peace in twenty minutes. It involves Russia.

Memorie russe pt. V: il Salice

Andrej oggi è andato via. Era in cucina seduto sul davanzale coi piedi penzoloni ad ascoltare un canzone di Drake, mia ossessione da almeno due giorni, quella che ha il ritornello di una vecchia hit di Jlo – che fa: If you had my love, sul tavolo aveva messo una torta di ciliegie e l’aveva divisa in 12 parti. Siamo 7 meno lui in casa, ma l’ha divisa per 12. Mò senti se tutti vogliono fare il bis. Un attimo prima era lì che mangiava un pirog e l’attimo dopo aveva issato il suo inconfondibile zaino giallo in spalla ed era già giù al palazzo, poi qualche metro dopo in qualche uber da qualche parte su Naberznaja Fontanka. Noi mentre lui faceva tutto questo siamo rimasti attorno al tavolo col capo chino, nessuno si è guardato in faccia dopo che Andrej ha chiuso la porta dietro di sé, ce l’avevamo tutti azzeccata sul telefonino. Cercavamo dei contatti che fossero un po’ più duraturi, a lungo termine, che se se ne vanno ritornano. Sul tavolo le rimanenze di un mese di Andrej, i suoi cereali del mattino, la sua Kasha, almeno tre tipi di biscotti diversi perché è un golosone, ogni volta che lo vedevo in cucina mangiava o biscotti o torta o pancarré con la nutella, si portava indietro i capelli biondi e biascicava qualcosa di divertente che era divertente pure se non lo capivo, ridevo sulla fiducia. C’era tutto questo, insieme anche a due suoi capelli dorati e la torta alle ciliegie. Almeno una volta a settimana lasciava un pezzo di dolce sul tavolo, e quello che resta sul tavolo è di tutti, ma resta poco tempo sul tavolo perché il fiuto che abbiamo per le cose che restano sul tavolo è potentissimo.
Oggi quel dolce nessuno l’ha tagliato fino alle due del pomeriggio.

Mi è tutto molto familiare qui nei dintorni ormai, ho i miei posti, che sono: la statua di Dostoevksij, dove ogni tanto mi metto lì come in preghiera e non faccio assolutamente niente; il cinese più buono di San Pietroburgo, che sta nascosto in un cortile di un palazzo, non ha nessuna insegna fuori, una volta mi sono ritrovata lì in orario di chiusura, ho mangiato insieme a tutta la famiglia cinese e i loro gattini che ci facevano impazzire di gioia a tutti quanti; falafelking, che fa dei falafel meravigliosi; Spas na krovi, la famosa chiesa e i giardini Michajlovskij accanto, mi piace soprattutto stare lì a sentire il vecchio Ilja che suona la tromba in piedi sul muretto del fiume o quel signore che suona il coltello e tutti si chiedono: blyn, ma come fa?
Eppure in queste due settimane ho provato soprattutto nostalgia. Sapevo che mi sarebbe toccata, o almeno sapevo che mi avrebbe attaccata i primi 15 giorni di lontananza dalle mie persone, e che dovevo sopravvivere a questi 15 giorni, ci ero già passata una volta, in Francia, 15 giorni e poi le cose cominciano a prendere posto, confortavo anche la mia amica in Svezia: Magda 15 giorni e le cose prendono posto. Invece è andata in tutt’altra maniera. I primi tempi era tutto un delirio magnifico, poi è avvenuto il cataclisma. L’insonnia soprattutto ha fatto da garante alla malinconia. 20 ore di sole e non sai più come prendere sonno. Mi sentivo come Al Pacino in quel film bruttissimo dove per dormire mette il materasso contro la finestra ma niente. Appena il cielo diventa di un blu un po’ più scuro bisogna tirare le tende e correre a letto, hai 4 ore di tempo per addormentarti. Non conforta il fatto che la Russia sia un paese poco ospitale. Sì, lo si dice delle lande desolate e perdute della Siberia, di certo non di una metropoli come Piter. La cosa che la tiene più lontana però in realtà è il tempo. Può essere metropoli ma una popolazione che è sfuggita all’egemonia culturale anglosassone è un paese lontano anni luce. Non arretrato, lontano. L’evidente difficoltà burocratica unita a questa lontananza temporale – che è impossibile da non sentire anche solo girando per la città da perfetto turista, viene percepita dai nativi che tentano in tutti i modi di tagliare quella distanza secolare offrendoti qualsiasi sorta di aiuto, con affetto. Ma la questione si aggrava quando le persone tentano di fare discorsi complessi e tu non sei ancora in grado di andare oltre il livello A2 di conversazione, quindi, non essendo capace di discorsi complessi non sei capace di pensieri complessi, così le relazioni si riducono al minimo. Per questo spesso vago da sola e nel vagare con gli occhi per aria cerco qualcosa che assomigli a un segno, qualcosa che mi dica dove devo essere, dov’è meglio che io sia, vedere su una vetrina di viaggi la stessa foto non a colori che ho io di Sorrento accanto allo specchio, ma stavolta a colori vivi e vegeti, oppure trovare un ristorante italiano “chiuso per lavori” o fallito, vorrei poter leggere dei segni, ma non li vedo, non vedo niente, ho gli occhiali bagnati perché qui piove sempre.

Quando Andrej è andato via ho sentito una solitudine immensa, anche se non eravamo grandi amici. Lo incontravo qualche volta in cucina e sapevamo comunicare, quindi appena lo sentivo che correva come suo solito in giro per casa in orari improbabili uscivo dalla mia tana e gli chiedevo: kak ty?, come stai? E quello pure se correva si fermava cinque minuti a parlarmi, e a volte diventava un’ora. Sembra niente ma condividere bagno, lavatrice, fornelli, frigorifero, condividere casa, insomma, sembra niente. Ieri mi ha vista in cucina e ha detto: vot, u Brodskogo est’ kak… “obsession” dlja Italii – Brodskij aveva un’ossessione per l’Italia, è andato in camera ed è tornato con questo mattone con dentro tutte le poesie di Brodskij e mi ha messo davanti “Versi su Venezia 1” poi ha risposto al telefono e si è allontanato. Andrej, ma chi ci capisce niente, che mi lasci a fare da sola con Iosif. Ma per non essere scostumata mi avvicino al libro con le mani bagnate di tè, va da sé che gli sporco la pagina, allora la copro con “Versi su Venezia 2” quattro pagine più avanti, ma non sono convinta di averla scampata. Sono rimasta lì con gli occhi spalancati e ho pensato: butto il tè così non ci sono prove che sono stata io. Quando ritorna cerco di distrarlo dicendogli: sto cercando di tradurre Anna Achmatova. Ah sì?, mi fa lui, va di nuovo nella stanza e torna con un mattone di Anna Achmatova. Leggiti questa, mi fa, si intitola “Il Salice”, fammi sapere che ne pensi.
Penso che sia un segno, avrei voluto dirgli, ma non ho capito di cosa.

Akhmatova_1914.jpgAnna Achmatova (1889-1966) è una delle poetesse russe più amate in patria. Qui è dipinta dal pittore sovietico Natan Al’tman – dipinto entrato nella storia della pittura russa. Le sue poesie, inizialmente di carattere molto intimista, dopo un periodo di silenzio dovuto a un triste evento – la fucilazione dell’ex marito – e alla censura, riprendono con la raccolta “Il Salice”. Ma un altro evento segna la sua vita e la sua opera: la prigionia del figlio Lev durante le purghe staliniane. Nel 1946 fu espulsa dall’Unione degli Scrittori Sovietici e riabilitata soltanto 10 anni dopo.

IL SALICE
Io crebbi in un silenzio arabescato,
in un’ariosa stanza del nuovo secolo.
Non mi era cara la voce dell’uomo,
ma comprendevo quella del vento.
Amavo la lappola e l’ortica,
e più di ogni altro un salice d’argento.
Riconoscente, lui visse con me
la vita intera, alitando di sogni
con i rami piangenti la mia insonnia.
Strana cosa, ora gli sopravvivo.
Lì sporge il ceppo, e con voci estranee
parlano di qualcosa gli altri salici
sotto quel cielo, sotto il nostro cielo.
Io taccio… come se fosse morto un fratello.

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Informazioni su claudiarabij

Vagheggio su temi letterari, significati reconditi, spezzo e analizzo, mi emoziono, scrivo.

4 commenti su “Memorie russe pt. V: il Salice

  1. vhreccia
    24/06/2017

    Claudia, c’ho il magone. Bellissimo racconto

    Liked by 1 persona

  2. p@p
    24/06/2017

    Bellissimo

    Liked by 1 persona

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Questa voce è stata pubblicata il 21/06/2017 da in Uncategorized.

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