Parla della Russia

I took a speed-reading course and read War and Peace in twenty minutes. It involves Russia.

Memorie russe pt.IV: a che ti serve il Sole?

Michail beve un sorso di birra scura dopo aver declamato i versi della poesia che gli ho fatto conoscere io quando ci siamo conosciuti, gli ricorda un pezzo rap, gli piace così tanto che vorrebbe declamarla di nuovo, ma Vika glielo impedisce perché ha gli occhi lucidi, dice: Chvatit… Basta così. Era una sera di Niznij Novgorod, il locale era un bunker alla moda. Ero riuscita ad ubriacarmi con un succo di frutta alle more. “Erano sicuramente fermentate”, mi giustifico. Di quel momento ho fatto un video, Michail i primi secondi non è a fuoco, poi con lo zoom arrivo a prendergli le parole di bocca, ha un po’ di zeppola, si vede, ma il momento più bello è alla fine, quando alza gli occhi al cielo e afferra il bicchiere. Il video si ferma ma continua che lui mi dice di assaggiare e io rifiuto, rifiuto sempre la birra mi fa venire mal di stomaco. L’ultimo giorno di Alexandre però non ho rifiutato nessuna birra, come potevo, “te la verso nel tuo futuro bicchiere”, mi dice porgendomi una tazza con sopra raffigurato il cavaliere di bronzo, Pietro il Grande in tutta la sua magnificenza a cavallo in piazza dei Decabristi. Alexandre parla un buon italiano con un fortissimo e adorabile accento francese. Mi lascia alcune sue fotografie nella stanza, dice per farmi compagnia, e sul muro ho infatti: una foto di un murales con una specie di madonna e sotto scritto: – eroismo + erotismo; una foto panoramica del lago di Como, dove ha lavorato Alexandre, e da Google Earth si vede ancora la sua macchina parcheggiata lì di due anni fa; una foto di un murales con sopra scritto: WAKE UP ITALY e una donna che come le scimmiette si tappa occhi poi orecchie e infine bocca; una foto di una ragazza seduta a leggere, dietro c’è scritto: VENEZIA COME STALINGRADO, NON PASSERANNO; Una foto di un annuncio di un cervello appeso a un albero, sopra c’è scritto: LOST, sotto al posto delle etichette col numero di telefono del proprietario a cui devono chiamare quando lo trovano non c’è niente, ma piccolo: please don’t contact me, I’m happy.

Alexandre intanto si dispera perché lascia Piter proprio d’estate, il periodo più bello, le notti bianche, ecc. E mentre sta così alza il volume dei “Les Sales Majestés” e dice: “Je veux pleurer, putain, je vais pleurer”. La sera prima siamo usciti e abbiamo bevuto e io non ho potuto rifiutare perché era il penultimo giorno di Alexandre, sai com’è. Insieme a lui c’erano altri due Igor e due o tre Sergej, un Dmitri probabilmente, ma io non me li ricordo, chiedo ad Alexandre: “c’était comment la soirée?”, lui mi dice: “Bah, non mi ricordo”. Poi aggiunge, indicando il muro: Guardi le foto e ti senti un po’ a casa, no?”
Ma che cos’è casa, Alexandre? Vorrei chiedergli.
L’ultimo ricordo che ho di casa risale al Natale di quindici anni fa, in vestaglia e con la febbre, la nonna mi preparava il latte caldo col miele, i cartoni in TV che si vedeva erano stati fatti apposta per quella mattina, Topolino appendeva i biscotti di marzapane all’albero, e la tazza era quella che usciva tanti anni fa con i punti, quella con la faccia in rilievo di un omino addormentato, col naso a patata su cui facevo scorrere il dito di continuo quasi a consumarlo. “Bah, sì, anche se non sono mai stata a Como”, gli dico invece. Come faccio a dirgli che non so dove sia casa, che casa è un luogo che appartiene alla memoria, come la sua peugeot fotografata due anni fa che sta ancora là ma non c’è in realtà.

A queste foto io ho aggiunto due fogli di calendario da tavolo del WWF – i mesi che mi restano, e una cartolina in bianco e nero di Sorrento. In bianco e nero, così quando la guardo non mi vengono in mente i colori che effettivamente mancano, penso solo: ah sì.

Nella stanza ho un letto, un comodino, un armadio, davanti alla finestra una scomodissima scrivania che nasconde una macchina da cucire all’interno; dalla finestra non vedo niente se non i tetti e subito il cielo – e quando ho visto che si vedeva il cielo ho detto: è mia, ché qui a Piter è difficilissimo trovare una stanza con vista cielo. Non mi capacito di come i giorni possano essere così lunghi e continuare ad allungarsi. Alle undici di sera il sole tramonta ma non va realmente da nessuna parte, sta nascosto da qualche parte perché le nuvole sono ancora colorate, e il cielo diventa di un blu impossibile, ho le prove, ogni notte fotografo la finestra da dietro le coperte, come se la stessi cogliendo in flagrante. Intanto i pensieri qui hanno già trovato posto, si sono già adattati, hanno già occupato ogni centimetro. A poco serve far passare l’aria al mattino, si rinfrescano giusto un po’ poi tornano a fermentare. Se il cielo è dello stesso grigio dei tetti non vale la pena rischiare. Leggo, leggo, scrivo, leggo ancora, il bagno è già di per sé un paese lontano. In cucina Ira e Vera bevono tè e fumano sigarette, quando mi vedono: “non esci?”, “ho preso freddo”, rispondo. “Con questo tempo l’unica attività possibile è quella interiore”, mi dicono, “ti costringe a riflettere”. Devo avere un’aria a peste, perché mi offrono una sigaretta.

Sullo specchio di camera mia ci sono dei ninnoli del Natale scorso di Alexandre, li ho lasciati.

05cbb6ff722b39ec5dca77d684b1716a_w240_h_mw_mh_cs_cx_cy La poesia che declamava Michail è una poesia di Brodskij che non fa parte di questa collezione e che ho letto solo in russo. Esiste la traduzione, ma finora su internet non riesco a trovarla, per cui, perdonatemi traduttori di Brodskij e lo stesso Brodskij, mi cimento in una mia traduzione – come ha detto Michail è quasi un rap, per cui perderà molto in ritmo. Intanto consiglio questa raccolta, diciotto poesie scritte in diciotto Natali, è giugno e a Mosca nevica – siamo in tema.

 

“Non uscire dalla stanza, non commettere quest’errore
Se fumi le Scipka, a che ti serve il Sole?
Fuori dalla porta, tutto è assurdo, le grida di gioia soprattutto.
Va’ in bagno… e poi subito torna.

Oh, non uscire dalla stanza, non chiamare nessuna macchina
Lo spazio lì fuori è fatto da un corridoio
E finisce con un contatore. E se dovesse entrare Milka
tutta allegra, a bocca aperta, cacciala senza nemmeno spogliarla.

Non uscire dalla stanza, fingi che hai preso freddo
Che c’è più interessante al mondo di sedie e mura?
Perché uscire se poi devi tornare
La sera stessa, e in più, monco?

[…]

Non essere sciocco! Sii ciò che gli altri non sono stati
Non uscire dalla stanza, fa’ la volontà dei mobili
Fondi il tuo viso con la carta da parati. Chiuditi dentro e con un armadio
barricati contro cronos, cosmos, eros, razza, virus.”

 

Titolo: Poesie di Natale
Autore: Iosif Brodskij
Traduzione: Anna Raffetto
Editore: Adelphi
Pagine: 97

 

Annunci

Informazioni su claudiarabij

Vagheggio su temi letterari, significati reconditi, spezzo e analizzo, mi emoziono, scrivo.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 03/06/2017 da in #RussiVolanti, Poesie nella steppa.

Seguimi su Twitter

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: