Parla della Russia

I took a speed-reading course and read War and Peace in twenty minutes. It involves Russia.

Memorie russe pt. III: Piter il matto.

“Sono convinto che a Pietroburgo molta gente, camminando, parla da sola. È una città di mezzo matti. Se da noi esistessero le scienze, medici, giuristi e filosofi potrebbero fare preziosissime ricerche su Pietroburgo, ciascuno secondo la sua specialità. È raro trovare tanti oscuri, aspri e strani influssi sull’animo umano come a Pietroburgo. Pensi solo agli influssi climatici!”

Pietroburgo è una città che nasce su una palude. Palude bonificata da Pietro il Grande ma pur sempre palude. È un terreno inconsistente. Sono sabbie mobili, gli abitanti aleggiano come fantasmi. Inconsistenti sono anche le loro esistenze, vaghe, senza fondamenta. Tutte le volte che sono stata a San Pietroburgo  – due – c’è un momento iniziale in cui mi ammalo. Forse è l’odore della Neva che inalo quando fa caldo, forse è il modo repentino con cui cambia continuamente condizioni climatiche. Sembrano gli atti di un’opera teatrale che hanno fretta di susseguirsi, di far andare avanti lo spettacolo. La gente così s’ammattisce.

Ho incontrato tre mezzi matti finora. Il primo su Moskovskij Prospekt, mentre andavo a vedere una stanza che poi mi hanno soffiato sotto al naso davanti ai miei occhi due di loro, una coppia di ragazzini col loro russo aggressivo e saccente. Ero al telefono con Sasha, il ragazzo che lasciava la camera, gli stavo dicendo – cosa che è ormai prassi – che parlo poco russo quindi doveva parlare lentamente. Sono su un ponte, trema al passaggio di un traghetto. Mentre dico a Sasha che sono una rincoglionita un mezzo matto che all’apparenza non sembrava tale mi ferma e mi dice qualcosa. Stava andando per la sua strada, opposta alla mia, era vestito di tutto punto e portava una valigetta. Poi ha fatto roteare la valigetta per aria e ha detto la stessa frase di continuo, gli occhi persi nel vuoto. Capisco solo: devushka… Che significa: ragazza, quindi molto probabilmente ce l’aveva con me, ma non sapendo cosa dire gli faccio solo: va bene, e vado via.

Il secondo mezzo matto l’ho incontrato su Vasilevskij Ostrov, ero con Alexandre, Ilja e una donna di cui non ricordo più il nome, solo che faceva l’infermiera ed era nata a Postsdam, in Germania. Quindi eravamo un’italiana, un francese, un russo e una tedesca. Il mezzo matto lo abbiamo incontrato fuori da una chiesa, ha sentito Ilja dire qualcosa su quelle vette atipiche e gli ha urlato contro. Forse era un santo pazzo, un folle in Cristo, e io non l’ho riconosciuto. Ilja ha smesso di parlare e si è fermato ad ascoltarlo, quello allora ha abbassato la voce. Va bene, gli ha detto poi Ilja.

Il terzo mezzo matto l’ho incontrato non lontano da Spas na krovi, la famosa chiesa multicolor che conoscono tutti. Ero con Kolja su un ponte. Gli avevo chiesto di fermarci perché mi piaceva troppo lì, mi ero letteralmente appesa alla ringhiera e mi mangiavo i pugni per non prendere a morsi l’aria. “Stai bene?”, mi aveva chiesto Kolja, poi mi ha poggiato la mano sulla fronte e mi ha detto: “sei calda”. Ma non ho fatto in tempo a rispondergli che ero calda per il caldo che il terzo mezzo matto si è avvicinato, stavolta l’ho capito, ha detto: “questa strada è mia”. Kolja gli ha detto: va bene, e quello si è allontanato.

A questo punto delle mie memorie russe occorre fare un piccolo excursus e rispondere a una domanda che mi viene posta spesso dagli indigeni di qui: perché la Russia?

Questa cosa della Russia ce l’ho da quando mia nonna, nel tentativo di farmi mangiare senza troppe peripezie, tranelli di aerei e bastimenti che si perdono nei meandri della mia bocca, mi raccontava di questi luoghi incantati che aveva visto da qualche parte ma dove non era mai stata. Forse il ricordo di qualche fotoromanzo riviveva nei suoi sogni e lei si ritrovava in pelliccia sotto la neve davanti alla piazza Rossa di Mosca e il giorno dopo me lo veniva a raccontare tra un cucchiaio di pasta e piselli e l’altro.

Poi è arrivato il momento in cui volevo chiamarmi Caterina, come Caterina II, poi chiamare mia figlia Anastasia come Anastasia appunto, finché un giorno del 2007 la mia professoressa d’inglese non ci parlò de “L’idiota” di Dostoevskij.

Da quando ho fatto la conoscenza di Fëdor Michailovic Dostoevskij la mia passione per la Russia si è acuita, tutte le mie successive decisioni riguardo al mio futuro hanno avuto un solo centro. Mi sono allontanata qualche volta, mi sono ribellata, mi sono stufata, poi sono sempre tornata. Un richiamo continuo a cui non riuscivo a resistere, una debolezza, un’ossessione. La Russia ha cominciato a diventare un paese che anch’io, come mia nonna, avevo visto, ma dove non ero mai stata – o forse era il contrario?

Klassno (figo), ha detto Ira quando le ho spiegato nel mio migliore inglese tutto questo. Ira è bellissima, ha dei lunghi capelli biondi che lava ogni giorno con dei prodotti per capelli sempre perfetti che compra in un supermercato solo per prodotti per capelli che sta vicino alla metro, “completamente rosa, non ti puoi sbagliare”. Ira ha finito di mangiare, mi dice: “Resti un altro po’ qui?, vado a prendere le sigarette”. Ecco qua, lo sapevo, la scusa delle sigarette e poi non torna più. Come devo fare per far breccia nel cuore di questi russi? La storia della nonna, niente? Forse devo raccontarle di quando oggi ho tentato di comprare un accendino e ho giocato al gioco del mimo con la venditrice che aveva un’espressione disperata e le mani tra i capelli. Ira però torna, resta per ben due sigarette, mi racconta del suo viaggio in America on the road e della sua famiglia in una città vicino la Georgia. Io le racconto dell’episodio dell’accendino, l’ho conquistata.

Ma sto male, mi gira la testa, ho la nausea, devo mettermi nel letto perché sennò svengo. Quando in cucina arriva anche Vera, e tutta contenta di trovarmi lì comincia a parlarmi in un russo velocissimo, troppo veloce, io mi alzo e dico qualcosa che forse deve essere incomprensibile al suo orecchio, perché mi guarda perplessa per qualche secondo e poi mi sorride.

Ah, Claudia, sei contenta di questo appartamento?, mi chiede mentre sto sulla soglia della cucina.

Lo adoro, dopo tutti gli appartamenti che ho visto questo è il più bello.

Sì, è una kommunal’ka piuttosto atipica, e poi hai visto in che palazzo è? Hai visto che strada è? Due passi e c’è la metro Dostoevskaja, perché qui dietro c’è l’ultima casa di Dostoevskij, lo sai?

Ho comprato il famoso fotoromanzo che aveva visto la nonna “i Fratelli Karamazov” in lingua originale.

Vera, le rispondo, che ti credi, questa strada è mia.

Mi dice: va bene.

Sono assolutamente indecisa, non so quale mezzo matto di Dostoevskij consigliarvi. Doveva arrivare prima o poi il suo momento e invece di riservarmelo per ultimo l’ho spiattellato al terzo articolo. Quando Fëdor Michailovic è arrivato a San Pietroburgo aveva da poco finito la scuola di ingegneria, tutto fomentato aveva iniziato a scrivere in questa città sospesa e paludosa che peggiorava la sua condizione fisica. Magro, stanco, di colorito trasparente, malaticcio, Dostoevskij si lasciava trasportare e comandare dalle emozioni forti. Era il tipo che nel tentativo di dichiararsi a una ragazza sveniva per davvero. Era lo zimbello di tutti gli intellettuali del tempo, e a poco serviva il suo stimatissimo lavoro “Povera gente”, perché i successivi erano stati un disastro. Poi il carcere per idee nemmeno pensate davvero, ma solo per essersi trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato, la condanna a morte, commutata in lavori forzati proprio il giorno dell’esecuzione coi fucili puntati, la liberazione dopo dieci anni, una Russia cambiata, i suoi capolavori. Dal momento che la citazione iniziale è di Svidrigajlov, l’altra faccia di Raskol’nikov, allora vi consiglio “Delitto e Castigo” – le traduzioni di Einaudi vanno tutte bene, ma cercate quella di Alfredo Polledro se vi riesce. Buona lettura. Ammalatevi.

Titolo: Delitto e Castigo
Autore: Fëdor Michailovic Dostoevskij
Editore: Einaudi
Traduzione: Alfredo Polledro

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Informazioni su claudiarabij

Vagheggio su temi letterari, significati reconditi, spezzo e analizzo, mi emoziono, scrivo.

2 commenti su “Memorie russe pt. III: Piter il matto.

  1. ariafelice
    01/06/2017

    che bello ,che bella recensione, che belle storie. io e la Russia abbiamo un rapporto molto stretto, mio figlio è russo russissimo, anche se parla con accento vicentino. Ho passato solo 20 giorni in Russia, quando siamo andati a prenderlo, piccolissimo e malatissimo, un microbo di 4 chili con un nome così lungo che metteva soggezione. Adesso mi sono messa a rileggere un Dostoevskij ogni estate, l’anno scorso i Fratelli, quest’anno credo sarà l’Idiota, il primo che ho letto a 15 anni, di cui ricordo solo una grande emozione e poco altro

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    • claudiarabij
      02/06/2017

      grazie ariafelice, che bello! l’idiota è stato anche il mio primo

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