Parla della Russia

I took a speed-reading course and read War and Peace in twenty minutes. It involves Russia.

Memorie russe pt.II: Mosca la Prepotente.

Sul mio quaderno in cui annoto tutto, una pagina è interamente dedicata alle parole imparate la prima sera che sono stata a Mosca. Più della metà di queste ha a che fare con l’alcool. Sono parole come: bere insieme, ubriacarsi, essere alcolizzato, continuare a bere. Sono tutti verbi composti dal verbo “bere” a cui, aggiungendo una preposizione, dai un’altra sfumatura di significato. Le preposizioni russe sono tra le cose più belle e difficili della lingua russa. Faccio un esempio: la preposizione “za” ha, tra i vari significati, quello di “dietro” e messa accanto al verbo “byt'”, che significa essere, significa: “essere dietro, stare dietro”, ovvero “dimenticare”; aggiunta invece al verbo “pit'”, cioè “bere” diventa: “darsi al bere, avere una crisi di alcolismo”.

Bere per dimenticare.

Ah, datemi un attimo una poesia di Majakovskij, dico ebbra di vodka alla ciliegia, quella in cui dice: “Ah, madre, sono meravigliosamente malato, ho un incendio nel cuore!” Come continua? Ma Vika mi raccomanda, e me lo ripete più volte durante la mia permanenza nella capitale, e con più decisione sulla banchina dove qualche giorno dopo prendo il treno per San Pietroburgo: “Claudia, stai lontana da Majakovskij”. Me lo dice perché teme che voglia imparare così il russo, e quello non è del tutto russo, ci sono parole inventate, neologismi, poco di vero, e va a finire che imparo sbagliato, poi il pensiero si adatta e penso come un matto.

Nessuno dei russi che ho conosciuto finora ama Majakovskij. A loro non piace tutto questo ego, dicono. Io, già il fatto che di per sé sembra un personaggio uscito pari pari da un romanzo dostoevskiano, non ve lo dico. Ma la verità è anche che il loro Majakovskij corrisponde solo in parte a Majakovskij. Majakovskij qui è ovunque, per le strade, nelle piazze, nei musei, nelle metro, in faccia ai muri, sui marciapiedi: Majakovskij regna. Manca solo di leggere inciso sul legno dei banchi di scuola: Majakovskij è stato qui. Ma questa figura che è stata portata avanti per decenni è vera e non è vera. Così come Mosca è bella e non è bella, è egotica, tutta rossa, con questi edifici enormi, inquietanti, una folla di persone sbuca da tutte le porte di tutte le metro esistenti, ti impedisce di entrare, di esistere come individuo in questo Io prepotente. Ma è fragile, dal treno che corre in circolo per tutta la città scopro cantieri, palazzi aperti, tubi che perdono, le ampie arterie si assottigliano via via che si allontanano dal cuore.

Da questo Io gigante e debole Kolja un giorno mi ha strappata via e mi ha portata nel silenzio del parco di Vorob’evy Gory. Mi ha prestato il suo giubbino enorme, invernale, col cappuccio da eschimese, e io all’inizio strepitavo come una bimba: toglimi di dosso quest’intralcio alla vita, finché non ha cominciato a grandinare e mi sono sentita come in un letto. Un letto che cammina.

La grandine cadeva fitta sul manto grigio del fiume, sgretolandolo.

Come si chiama questo fiume?, Gli chiedo.

Moskva, mi risponde, ostentando una certa ovvietà nel tono di voce, come a dire: come dovrebbe chiamarsi?

Rido perché mi pare strano. Ma lui mi dice che a Tver’, che si trova nell’oblast di Mosca, c’è un mare che si chiama Mare di Mosca.

Ma quante cose che tiene questa Mosca, come se la pensa. E poi ce l’avete con Majakovskij.

Vorrei convincere Kolja a venire con me al museo, ma lui dice che per capire certe cose come quel quadrato nero nella cornice bianca ci vuole una certa educazione culturale. Vorrei trasmettergli il mio entusiasmo, ma non riesco ancora davvero a parlare, il pensiero si sta strutturando sulla parola nuova, non ha ancora strumento. Taccio, e Kolja al museo con me non ci viene.

Il treno per San Pietroburgo parte alle 10 di sera, sono in terza classe, i quattro letti alla mia sinistra sono occupati da alcuni ragazzini di una squadra di non so che, fanno avanti e indietro e uno dei loro telefonini è attaccato alla mia presa (“il mio telefono è lì, non lo levate per piacere”, e io pur di non sforzarmi per dire: “devo caricare il mio” non lo levo). Michail si assicura che la hostess sul treno mi aiuti durante il viaggio, dice che non ho il cuscino, me lo deve dare, non parlo bene russo, sono sua amica, ecc. Allora la hostess ogni tanto passa e mi chiede “vsjò chorosho, Claudia?” (Tutto bene?), Io dico “Da, da, spasibo” (sì, sì, grazie), finché il ragazzo bellissimo che sta seduto di fronte a me non sorride e dice: “pomozem, pomozem” (“la aiutiamo, la aiutiamo”), e nel sorridere gli vedo i denti, due di loro sono dorati, la sua voce filtra attraverso, in un sibilo, la “Ž” gli viene fuori biascicata. Gli occhi azzurri, il codino grigio, il gilet nero, ha qualcosa di sospetto, mentre lo osservo mi arriva un messaggio di Michail in cui mi dice: “mai giocare a carte coi russi sui treni”. Gli scrivo che di fronte a me c’è uno zingaro ubriacone che si è offerto di prepararmi il letto. Era per scherzare, ma la situazione è da partita di carte: io sono seduta e il principe gitano è di fronte a me, ci divide un tavolino, il mio posto è il 40, c’è scritto dietro la mia testa e sopra al mio letto, a cui si accede con un mini scalino; il suo posto è il 39 ma non vedo nessun letto n.39. Per un momento penso che dobbiamo fare a gara su chi si debba prendere il letto, e lui avrebbe ovviamente la meglio, astuto com’è con quei denti che si ritrova in bocca. Poi penso: poverino, gli è capitata la sedia, mò dorme sulla sedia. Dopo un periodo di vedetta che mi è sembrato interminabile a un certo punto i nostri sguardi si sono incontrati e lui mi ha detto: vai a dormire? Gli ho fatto cenno di sì e lui si è allontanato. Ah, bastava così poco. Poi però ho visto, una volta sul letto, che quei pazzi dei russi abbassano il tavolino altezza sediolino ci mettono il materasso e bam, eccoti un altro letto. Si era allontanato per lasciarmi un po’ di privacy, invece lui non se n’è fatto proprio e gli ho visto la collanina col crocifisso che aveva sotto la maglietta. Che caldo.

Per distrarmi penso a Malevic e al suo quadrato nero, penso che a Kolja avrei potuto dire, semplicemente: vedi, le dimensioni del quadrato sono le stesse delle icone russe, ma nessun Gesù, Maria o santo pazzo: nero assoluto. Poteva andare. E pure Majakovskij, perché non ti piace Majakovskij? Pure lui c’entra in questa storia… Dio, la rivoluzione, l’apocalisse, le icone russe, le statue infrante, gli omicidi, i suicidi, è fallita la rivoluzione, abbiamo ucciso nostro padre, chi ce lo perdona, non torneremo più indietro. Madre, sono meravigliosamente malato, l’incendio, come continua? Come ho fatto a dimenticarlo?

“Ne udobna”, penso mentre provo le posizioni su quel sottilissimo materasso: “sto scomoda”, ecco che finalmente la lingua mi fa da pensiero.

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Ho pensato un po’ a quale raccolta o testo teatrale di questo gigante (in tutti i sensi) potesse andare bene, ma niente si avvicina all’idea che ho di Majakovskij come questo libro su Majakovskij, che poi è in realtà una ricostruzione della sua morte (si sparò un colpo in testa il 30 aprile 1930). Qui sopra è già stata fatta una bellissima recensione, io mi limito a dire che la sapienza di Serena Vitale nel tessere e montare – frasi, periodi, immagini, richiami – ha pochi eguali oggi.

“Alle 17.30 lo scultore Luckij e il modellatore Kučerov prendono il calco del volto e delle mani del cadavere. Lavorano maldestramente, usano poca vasellina. Due giorni più tardi, sfilando davanti alla bara aperta, qualcuno noterà il naso lievemente schiacciato, lividure sotto lo zigomo sinistro: sembrano i segni di una caduta. O di una colluttazione? Ma con chi lotta un suicida?”

“Allô!

Chi parla?

Mamma?

Mamma!

Vostro figlio è magnificamente malato!

Mamma!

Ha l’incendio del cuore.

Dite alle sorelle Ljuda e Olja

ch’egli non sa più dove salvarsi.”


Titolo: Il defunto odiava i pettegolezzi
Autore: Serena Vitale
Editore: Adelphi
Pag.: 284

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Informazioni su claudiarabij

Vagheggio su temi letterari, significati reconditi, spezzo e analizzo, mi emoziono, scrivo.

3 commenti su “Memorie russe pt.II: Mosca la Prepotente.

  1. polimena
    20/05/2017

    Ma come scrivi, Claudia! mi pare di essere lì sul treno da Mosca a Pietroburgo con te, accanto al ragazzo biondo con i denti d’oro…grazie

    Liked by 1 persona

  2. vhreccia
    20/05/2017

    Claudia, i tuoi racconti sono splendidi. Divertiti, e divertiti a raccontarci tutto ciò che vivrai.

    Liked by 1 persona

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Questa voce è stata pubblicata il 19/05/2017 da in #RussiVolanti.

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