Parla della Russia

I took a speed-reading course and read War and Peace in twenty minutes. It involves Russia.

Quando parlavamo con i morti

enriquezL’incontro con Mariana Enriquez è stato tanto fortuito quanto fortunato. Avevo sentito parlare di questo libro di sfuggita, scorrendo l’account twitter di un utente le cui letture spesso incontrano il mio gusto, poi, un po’ per pigrizia, un po’ vai a sapere perchè, non avevo recuperato e letto niente. Vado in libreria, come ogni settimana, entro, saluto la libraia che col suo solito sorriso mi dice “Vai pure” come lo si direbbe ad un bimbo lasciato libero in un parco giochi. Comincio la mia consueta e libridinosa passeggiata fra gli scaffali: mi ritrovo a mezz’altezza sulla scala che mi ha messo faccia a copertina con gli Adelphi quando sento, proprio sotto di me, una signora in cerca di regali per i nipoti: “Mi aiuti lei, però – dice la signora alla giovane commessa – l’unica cosa è che per il maschio sia in inglese”. La ragazza prontamente afferra Wolf Hall in lingua originale “E’ stato anche ManBooker, sa?” – le dice – e un sorriso mi s’allarga d’istinto sul viso. “Per la nipote che ne direbbe di Cortàzar, è argentino, sa se l’ha letto?” La signora distinta si stringe nelle spalle e bofonchia un “Non saprei, ma va bene, controlli solo che non ci sia troppa differenza di prezzo”, ma io a quel punto ho già gli occhi umidi e vorrei correre ad abbracciare la commessa, che Ilùvatar la protegga sempre, ma <<ehi, sono su una scala>>, e allora mi limito a ciondolare la testa su e giù, estasiato, e nel riflesso della vetrina sembro uno di quei piccoli cani di legno con la molla al posto del collo che teneva zio Egidio sul pianale posteriore della 600. Mi scuoto, mi riprendo, un pensiero “Aspetta un attimo, Argentina… com’è che si chiamava quella scrittrice? Ah sì, Enriquez!” Scendo, recupero i tre libri che avevo scelto, guardo dal basso la lunga fila degli Adelphi come a chiedergli scusa per non potergli prestare ulteriore attenzione, ora ho altro per la testa, e mi dirigo al bancone; la libraia è lì dietro ad impacchettare libri per gli altri clienti, la signora distinta ha già pagato ed è uscita in tutta fretta. Le chiedo “Mica per caso si trova qualcosa di Mariana Enriquez?” Inclina leggermente la testa, le mani abili compongono un fiocco “Uhm, editore?” ed io “Possibile che sia Caravan?” Raddrizza il capo, ma ora sulla bocca compare una smorfia “Andiamo mica tanto bene, lei mai sentita, loro hanno una distribuzione che per carità… aspetta che si dà un’occhiata sul computer, comunque”. Passa la consegna alla giovane commessa, intanto la mia volatile attenzione è tutta per la mappa di Holt lasciata in bella mostra fuori dal nuovo cofanetto NN; la ragazza alza il capo, e con una scappata alla Nando Martellone, pur sommessamente, mi apostrofa un chiarissimo “Bucio de c… Ce n’è uno disponibile e potrebbe essere qui già fra tre giorni”. Pago i tre libri, esco. Mi ripresento puntuale tre giorni dopo e lo prendo, nel frattempo mi sono astenuto dal cercare qualsivoglia informazione sul libro e sull’autrice: lo giro e lo rigiro fra le mani (riesco solo a dire “E’ piccolo”), ma non lo apro, lo voglio sfogliare con calma ed attenzione a casa, l’ho caricato, forse inopinatamente, di troppe aspettative. E invece. 92 pagine folgoranti questo Quando parlavamo con i morti, inizi e non ti stacchi più, due ore di grande lettura. Il titolo al libro lo dà il primo dei tre racconti di cui è composto: è la storia di cinque adolescenti (la voce narrante, Julita, Nadia, la Pinocchia e la Polacca) cui la musica suona nella testa a tutto a volume (e la musica è il metal degli Slayer), che si divertono(?) a fumare mentre un bicchiere capovolto scivola veloce sopra una tavola ouija. I morti con cui vogliono parlare le ragazze non sono persone qualsiasi: sono desaparecidos, e tutte, o quasi, hanno un desaparecido tra familiari o amici. Le impressioni, i giudizi delle cinque adolescenti sugli spiriti evocati durante il gioco s’intrecciano, nel racconto, alla Storia: troviamo accenni, ad esempio, a Kempes, delantero della seleccìon campione nel ’78 in un’Argentina schiacciata da Videla, al rapporto Nunca Màs e anche al film La notte delle matite spezzate, tutti riferimenti che aiutano le quattordicenni a capire cosa significa esser desaparecido. Ci sono, poi e soprattutto, le parole di Andrès, uno spirito che aveva conosciuto il fidanzato scomparso della zia della Polacca:

Andrès era preso bene, e gli chiedemmo perchè tutti i morti se ne andavano quando gli domandavamo dove stavano i loro corpi. Ci disse che alcuni se ne andavano perchè non lo sapevano, e quindi si innervosivano, si sentivano a disagio. Altri invece non rispondevano perchè qualcuno li disturbava. Una di noi.

Perchè una delle cose peggiori nell’esser “sparito” è il dolore dei familiari che non hanno neanche un posto dove portare un fiore, come i nonni di Julita. Il racconto scorre veloce verso un finale sconvolgente, il gioco s’interromperà una volta per tutte per non ricominciare mai più e…vabbè, povera Pinocchia. Il secondo racconto s’intitola Le cose che abbiamo perso nel fuoco, e qui la Enriquez ci parla, a modo suo, della violenza di genere. Ci presenta subito la ragazza della metro, sfigurata da una grave ustione, sopravvissuta per miracolo al rogo appiccato dal marito: le aveva gettato addosso una bottiglia di alcol e le aveva dato fuoco. La ragazza della metro si chiama così perchè proprio sottoterra elemosinava raccontando la sua storia, non piangendosi addosso, affatto, ma sfidando i passeggeri che incontrava: cercava di baciarli, con quella sua bocca senza labbra, da rettile, dicendo che i soldi le servivano per l’affitto e per le spese, perchè a una come lei nessuno dava un lavoro, neanche uno dove non era necessario farsi vedere. I casi di donne bruciate vive dai mariti si moltiplicano, attorno alla ragazza della metro e alle vittime si forma un gruppo spontaneo di donne che protesta contro i femminicidi; tra di loro Silvina, la voce narrante, e sua madre. Prima pubblicamente, poi in clandestinità si riuniranno le Donne Ardenti, perchè nel frattempo qualcosa è cambiato, qualcosa, nel fuoco, è andato perso:

Sono gli uomini ad appiccare il fuoco, ragazza mia. Da sempre. Ora ci diamo fuoco da sole. Ma non per ucciderci: per mostrare le nostre cicatrici.

Il libro si chiude con il terzo capitolo, Bambini che ritornano, che è anche il più corposo dei tre: si parla della violenze subite dai ragazzini e dalle ragazzine, scappati di casa perchè picchiati, o rapite e costrette a prostituirsi, in una Buenos Aires dipinta in luce declinante. I bambini spariscono e sono Mechi, la protagonista, archivista al comitato dei diritti del Bambino, della Bambina e dell’Adolescente, e Pedro, giornalista investigativo e suo amante per una notte, che ci accompagneranno attraverso i quartieri porteñi per ritrovarli. Mechi si concentrerà soprattutto su Vanadys, giovane e bellissima sparita finita a prostituirsi. Ma i bambini torneranno, oh se torneranno, e lo faranno tutti insieme, come un unico organismo, e insieme aspetteranno che arrivi l’estate.

Brava, bravissima Mariana Enriquez. Uno stile originale, una prosa convincente e camaleontica, mi è piaciuto tantissimo il modo in cui cambia il registro e il timbro della narrazione a seconda della voce narrante: le inflessioni adolescenziali, il modo laconico di chiudere un racconto pur carico di enfasi, tipico delle ragazzine; la tensione, l’incapacità di comprendere completamente ciò che succede nella voce di Silvina, la spudoratezza in quella della ragazza della metro, la lucida follia nei toni della madre e delle altre Donne Ardenti; la paura e l’ineluttabiltà nel modo di raccontare di Mechi. Bravissime anche Simona Cossentino e Serena Magi, le traduttrici, e Vincenzo Barca per la curatela: ci restituiscono magistralmente le atmosfere paranoiche e oscure uscite dalla penna della scrittrice argentina, ci veicolano la paura di quello che succede, o che poterbbe succedere, o che “no dai, non scherziamo, non può succedere davvero una cosa del genere”…O forse sì?

Titolo: Quando parlavamo con i morti

Autore: Mariana Enriquez

Traduttori: S. Cossentino, S. Magi, V. Barca

Anno di pubblicazione: 2014

Pagine: 101

Editore: Caravan Edizioni

Prezzo: € 9,50 cartaceo

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Informazioni su vhreccia

Ha provato con la fisica teorica, è andata meglio come barista e cameriere. È anche casalingo e guai a chi gli tocca il Vim Clorex. Ha fatto la tessera della biblioteca in prima media e non l'ha mai perduta, a differenza del bancomat. Libri e calcio, calcio e libri: Tolkien e Socrates soprattutto, sopra tutti. Libridinoso, ma con il kindle pieno zeppo. Tiene traccia delle sue letture su Anobii, su Twitter è @vhreccia

Un commento su “Quando parlavamo con i morti

  1. polimena
    04/01/2017

    Mi hai incuriosito molto, non conoscevo la scrittrice e conosco poco anche la letteratura argentina. Me lo segno per la prossima RcR2017 🙂

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Questa voce è stata pubblicata il 04/01/2017 da in Amore a prima svista.

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