Parla della Russia

I took a speed-reading course and read War and Peace in twenty minutes. It involves Russia.

Le otto montagne

ottomontagne

Dell’amore, della morte, dell’amicizia, del seguire un sentiero conosciuto per ricordare il passato, dell’intraprendere, cartina alla mano, una nuova esplorazione per gettare un ponte verso il futuro. Del lavoro, della famiglia, della fatica del lavoro e delle difficoltà del metter su famiglia; della fatica di crescere in una famiglia difficile. Della fatica di una donna nel farsi accettare per ciò che è, e che per questo si chiude in se stessa. Della fatica di salirci, su una montagna. Del costruire case, del costruire e ricostruire rapporti, del saperli tenere insieme.
Di cosa parliamo quando parliamo de Le otto montagne di Paolo Cognetti? Se mi passate, siate magnanimi, l’intro à la Carver, è questa la domanda che mi son posto sfogliata l’ultima pagina di questo libro piccolo, di sole 200 pagine, ma straordinariamente denso per le emozioni che ti restituisce. Un libro che a tratti si disvela piano, che tiene il passo attento e misurato di chi sale la montagna; a tratti dipana la sua trama velocemente e in modo irruento, con il rombo di una slavina, con la forza della neve che la montagna si scrolla di dosso.
La storia comincia con Pietro, protagonista e voce narrante, che ci presenta la sua famiglia: il padre, Giovanni, orfano di guerra, chimico in una fabbrica milanese, e la madre, assistente sociale, entrambi immigrati dal veneto contadino del dopoguerra, in fuga da un passato difficile. La fuga dalla città, un orizzonte basso scosso dai tumulti degli anni ’70 e privo di un “panorama adeguato”, la proseguiranno verso ovest, verso il Monterosa, verso Grana, dove prenderanno casa, dove conosceremo Bruno e dove Pietro diventerà Berio, il sasso.
La prima parte del libro s’intitola le montagne dell’infanzia: narra dell’amicizia estiva di Pietro e Bruno, delle scoperte del primo, con il secondo a fargli da guida nell’introdurlo in un mondo nuovo, un mondo in cui la natura ti rapisce per la sua bellezza e la sua maestosità. E’ la parte in cui Pietro bambino comincia a capire le prime cose e a risolvere i primi indovinelli cui il padre lo sottopone di continuo, in cui prende coscienza di cosa sarà per lui la montagna: 

Se il punto in cui ti immergi in un fiume è il presente, pensai, allora il passato è l’acqua che ti ha superato, quella che va verso il basso e dove non c’è più niente per te, mentre il futuro è l’acqua che scende dall’alto, portando pericoli e sorprese. [..] Qualunque cosa sia il destino, abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa.

 In questa parte cominciamo anche a conoscere il carattere dei protagonisti, e Cognetti ce lo svela utilizzando le “quote di altitudine”: se la madre è una persona da mille metri, dove si trovano i paesi e si possono intrecciare relazioni d’amicizia, Pietro è un tipo da duemila, dove il paesaggio è ricco di larici, abeti e pini cembri, dove scorrono i torrenti e l’erba è verde, dove si è abbastanza in alto per puntare alla vetta e al tempo stesso abbastanza in basso da tornare velocemente a valle, sempre che si sappia cosa si vuol fare; il padre, invece, è un uomo da tremila, dove la montagna diventa pietra e neve, e solo qualche sparuto rododendro resiste, dove l’unico obbiettivo è lasciarsi la valle, la civiltà e le incazzature più lontano possibile, dove l’unico scopo è tirare dritto fino in cima, di buona lena, senza mai fermarsi nè lamentarsi, in gara con chiunque ti stia davanti. E Bruno…bè Bruno è da alpeggio, dove c’è solo silenzio, fatica e lavoro.
La seconda parte, la casa della riconciliazione, si apre con la morte di Giovanni. Pietro ha trentun anni, a quel tempo vive già a Torino lontano dalla famiglia e da quel padre ingombrante, conducendo una vita di lavori precari con il sogno di diventare documentarista. Sarà l’inaspettata eredità paterna, una casa diroccata a monte di Grana da ricostruire insieme a Bruno, che lo porterà a fare i conti con il suo passato fino a quel momento nebuloso e incomprensibile: il momento in cui, grazie anche alle lettere della madre, riuscirà a conoscere meglio suo padre, che non era soltanto quell’uomo ansioso abituato a vivere sempre col fiato sul collo. Scoprirà Pietro che i suoi gesti da adulto, come quello di sporgersi dal finestrino per guardare la montagna che tornante dopo tornante si disvela al guidatore, sono quelli di suo padre. Grazie alla cartina dei sentieri della valle scoprirà la storia di suo padre, come in un romanzo, e si renderà conto che negli anni della sua assenza Bruno era diventato come un figlio per Giovanni: e se erano fratelli, allora Bruno è il maggiore, il costruttore di case, quello che fa, che realizza, che mette su famiglia, mentre lui è il figlio che sperpera tempo e talento.
E’ la parte del libro in cui scopriamo anche come i genitori si sono conosciuti e innamorati, quale evento li abbia uniti e da che cosa abbiano deciso di allontanarsi. E’ il momento, anche, in cui il protagonista scopre la solitudine, come conviverci: come si sente un montanaro, insomma, come si sente Bruno che montanaro ha deciso definitivamente d’esserlo, come si sente la madre di Bruno che così avrebbe voluto essere ma che una società patriarcale e un marito violento gliel’hanno impedito. A questo punto la casa è ultimata,l’epitaffio scolpito nella roccia per Giovanni (E’ nel ricordo il più bel rifugio) e la canzone funebre, in cui si chiede a dio di lasciarlo camminare anche nell’altra vita, chiudono il capitolo.
all’inizio della terza e ultima parte del libro, inverno di un amico, troviamo Pietro che spiega ad un vecchio nepalese che è partito dalla sua montagna, il Grenon, con il desiderio di vedere quelle più belle e lontane del mondo. Il vecchio, per tutta risposta, gli svela il significato del suo viaggio, il giro delle otto montagne: tracciando un cerchio nella terra, simile ad un mandala, spiega che al centro del mondo c’è un monte altissimo, il Sumeru, mentre sulla circonferenza, a 45 gradi di distanza l’una dall’altra stanno le otto montagne separate da otto mari. Questo, per loro, è il mondo, e puntando il centro del disegno dice a Pietro: Avrà imparato di più chi ha fatto il giro delle otto montagne, o chi è arrivato in cima al monte Sumeru? (Bella domanda, nevvero?)
La storia si dipana veloce verso il finale: Pietro, intriso delle teorie ecologiche e comunaliste di Bookchin, con la sua nuova compagna si adopera in una ong per aiutare i bimbi nepalesi (sarò più utile io che gli insegno la matematica, vista la loro condizione, o riuscirebbe meglio Bruno, capace di insegnargli a sopravvivere ed essere sempre autosufficienti?, questo uno dei pensieri che gli sovvengono); Bruno, schiacciato dalle avversità, si ritira solitario nella barma, verso la propria ineluttabile fine. E Pietro capirà che, in fondo, i destini suo e di suo padre sono identici.

Molto bella questa storia, toccante e commovente, senza mai cedere all’angoscia nè scadere nel patetico. Ne risulta una scrittura piacevole, con un ritmo cadenzato come di chi sale una montagna, che lascia al lettore il tempo di provare di volta in volta un’emozione diversa, senza soffocarla, anzi permettendole quel respiro e quell’ampiezza che son propri dei paesaggi montani. Mi permetto un piccolo parallelo. Alcuni passaggi del libro mi rimandano al manifesto dell’ #AlpinismoMolotov

Mio padre detestava gli sciatori, non voleva saperne di mischiarsi a loro: trovava qualcosa di offensivo nel gioco di scendere per la montagna senza la fatica di salirci. 

O ancora che un aspetto fondamentale di tale pratica è raccontarla la montagna, e mi pare che ogni personaggio, a suo modo, l’abbia fatto: Giovanni attraverso la sua carta dei sentieri multicolore racconta al figlio e a noi come, dove e con chi la montagna l’ha vissuta; Pietro diventando un documentarista sulle vette dell’Himalaya, e riportando più d’un aneddoto nel suo camminare tra gli sherpa. E’ delizioso il passaggio in cui, tornando alla sua barma alpina, ricorda le parole dei portatori nepalesi: bistare, bistare, ovvero rallenta il passo ora che sei quasi in cima, non aver fretta di arrivare, goditi più che puoi il momento e lo scenario che ti si apre davanti agli occhi.
La madre, infine, e Bruno e Pietro stesso, nel farci intendere come sia importante soffermarsi a guardare, e riconoscere, ogni specie di albero e pianta si trovi lungo il cammino.
Bravo Cognetti, mi sono emozionato. A un certo punto mi è venuta voglia di sapere che fine avranno fatto pure i miei di amici d’infanzia, quando i miei genitori, troppo indaffarati con il lavoro stagionale, mi spedivano per l’estate a Torino dallo zio paterno, operaio nell’indotto Fiat, e con lui, in Agosto, andavo a Breno nelle valli di Lanzo. Ciao Juris, ciao Roberto, intanto un saluto ve lo mando da qui.

Titolo: Le otto montagne
Autore: Paolo Cognetti
Editore: Einaudi
Pagine: 199
Prezzo: € 18,50 cartaceo, €9,99 ebook

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Informazioni su vhreccia

Ha provato con la fisica teorica, è andata meglio come barista e cameriere. È anche casalingo e guai a chi gli tocca il Vim Clorex. Ha fatto la tessera della biblioteca in prima media e non l'ha mai perduta, a differenza del bancomat. Libri e calcio, calcio e libri: Tolkien e Socrates soprattutto, sopra tutti. Libridinoso, ma con il kindle pieno zeppo. Tiene traccia delle sue letture su Anobii, su Twitter è @vhreccia

10 commenti su “Le otto montagne

  1. Paola Lugo
    11/12/2016

    finito ora di leggerlo, sono una che va in montagna da sempre ed ero molto curiosa e un po’ scettica, Mi è piaciuto molto, anche se ci sono alcuni stereotipi un po’ banali sugli alpinisti, e poi manca un aspetto che non so perché, nessuno tocca mai quando si parla di montagna. A salire le montagne ci si diverte moltissimo.
    Però bello, sarà che ho cominciato anche io a gironzolare per i monti negli anni 70 da ragazzina in val d’aosta,, mi sono ritrovata tantissimo

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    • vhreccia
      12/12/2016

      Anche per me, Paola, vale un po’ lo stesso discorso: i ricordi dell’infanzia sono stati fondamentali nel predispormi bene nei confronti di questo libro. Non a caso è la prima parte quella che ho preferito. Poi concordo con te, qua e là il libro non è scevro da imperfezioni.
      A salire la montagna ci si diverte tantissimo: hai ragione, mi piace molto il tuo approccio alla montagna, è molto molotov. Forse, in un’epoca in cui per scalare le vette la stragrande maggioranza delle persone utilizza una teleferica, o addirittura l’elicottero per raggiungere i campi base delle montagne più alte, il divertimento è la soddisfazione vengono mantenute gelosamente segrete, chissà 😆

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  2. polimena
    12/12/2016

    Grazie per il bel commento, questo libro sicuramente sarà una delle mie prossime letture.

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  3. polimena
    12/12/2016

    L’ha ribloggato su trecuggginee ha commentato:

    Una delle mie prossime letture, magnificamente recensito da Vreccia

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  4. Mr Mill
    12/12/2016

    Sabato ho recuperato il libro e sono in procinto di iniziarne la lettura. Questa recensione – e anche un tuo tweet della scorsa settimana, incontrato per caso – mi ha convinto che la curiosità che mi suscita questo romanzo valga tutto il rischio di “andare a vedere”. Grazie, ti saprò dire.

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    • vhreccia
      12/12/2016

      Grazie a te per la fiducia che mi hai accordato. Ripeto, alcuni passi hanno un che di molotov, pur se la narrazione è comunque diversa dai rècit cui mi avete abituato. Oh, il mio non è un metter le mani avanti, il libro mi è piaciuto, spero che quelle atmosfere possano essere altrettanto di tuo gradimento.

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  5. moma18
    13/12/2016

    Le recensioni di VHreccia sono gli antipasti che ti saziano e soddisfano introducendo la cena. Impossibile non leggere i libri che consiglia: irrimediabilmente cultura. Bravo. Davvero.

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  6. speranza
    13/12/2016

    me lo segno. bellissima recensione. grazie

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Questa voce è stata pubblicata il 10/12/2016 da in Letteratura italiana, Ora in libreria.

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