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I took a speed-reading course and read War and Peace in twenty minutes. It involves Russia.

La Saga dei Forsyte

imagesÈ una grande, enorme consolazione trovare sempre un classico da scoprire. Io quest’estate ho scoperto Galsworthy e la Saga dei Forsyte. E che scoperta!!

Comincio con una leggera vena polemica contro il mercato editoriale italiano, mercato più che altro monopolio, forse, voglio essere buona, un oligopolio. Ormai il catalogo delle case editrici è sempre più risicato, soprattutto sui classici. Si punta tutto sulle ultime uscite (sulle quali permettetemi di essere alquanto scettica; concedo il beneficio del dubbio a qualcosa e in effetti trovo a volte buone cose italiane, ma davvero poche), mentre tutto il bagaglio classico è trascurato. Si ristampa solo roba molto “popolare”, ne ho parlato nella recensione ai Sotterranei della Libertà di Amado, ne ho parlato a proposito di Zamjiatin. È sempre più difficile leggere in italiano i classici che sono pur sempre pilastri. Credo che La Saga dei Forsyte rientri in questa categoria (Galsworthy è un premio Nobel e certo più significativo delle meteore che vediamo premiate negli ultimi anni) come pure un altro libro, La Curée di Zola, che ho in lettura in originale dato che non esistono traduzioni in vendita. Tra l’altro riguardo ai Forsyte, ho recuperato una traduzione meravigliosa di Vittorini che vale da sola il prezzo del biglietto.

Smetto la polemica, e vado di recensione.

La Saga si compone di tre romanzi Il Possidente, Alla Sbarra, Pigionasi e due interludi L’Estate di San Martino di un Forsyte, Primavera. In realtà la Saga è molto più lunga e complessa, si tratta di poco meno di 15 libri, ma quelli che rilevano, cui si deve il Nobel (e che ho ritrovato!) sono questi.

È l’affresco dalla società vittoriana a partire dagli anni ’80 del XIX sec. fino agli anni ’20 del XX sec. Tre le generazioni di Forsyte: i nonni, i padri, i figli, sebbene sia narrata anche la storia della costruzione della dinastia e quindi si risalga al 1830 circa. Si tratta della costruzione dell’impero Forsyte, con l’accumulo di una fortuna finanziaria incredibile da parte di una grande famiglia, comunque divisa da invidie e reciproche diffidenze, a volte da vero e proprio rancore. Nei Forsyte si contano i soldi propri e si contano i soldi degli altri Forsyte, con una competizione costante che abbandona il campo degli affari ed entra in quello degli effetti.  I Forsyte della prima generazione narrata sono dieci fratelli (si tratta della terza generazione effettiva dacchè si inizia la costruzione dell’impero, ovviamente partendo dall’edilizia… ma quale novità), di questi dieci fratelli il fulcro della storia sono James e Joylon e il loro figli, Soames (di James) e Joylon (di Joylon, ovviamente). La terza generazione narrata sono di figli di questi ultimi. James fa parte del gruppo coeso dei Forsyte, quelli che ogni settimana si ritrovano nella casa delle vecchie zie a commentare i tempi e le scelte familiari. Il ramo di Joylon è invece “spurio”, il nonno è un romantico, il figlio è addirittura un artista (ve lo ricordate C. Lolli? “Di disgrazie puoi averne tante, per esempio un figlio aritsta… – Povera Piccola Borghesia, in Aspettando Godot, 1972 – sono una vetero….nostalgica, lo so non me ne vogliate)”. Joylon e famiglia cedono ai sentimenti, alla tenerezza di un tramonto, pensano al denaro, ma questo non ha il sopravvento. Vince la parte umana di loro. La stessa cosa non succede al ramo di James, dove Soames (Il Possidente, appunto) domina tutto con il denaro, controlla tutto, acquista tutto e tutto cerca di possedere, comprese le persone. E qui arriviamo al nodo della storia, la moglie di Soames: Irene Heran in Forsyte. Irene è una delle eroine più belle che mi sia capitato di incontrare in letteratura. Irene è la forza di volontà, è la consapevolezza di valere, è la rebellione al denaro, è il controllo della donna sull’uomo attraverso la seduzione. Irene è la bellezza, quella che non si compra ma al massimo si concede e mai del tutto. È la femminilità intelligente, forte, caparbia. È la completezza della donna in sé, senza l’accessorio della carriera o dei figli. Assomiglia alla mia Tatiana, a Ellen Olenska (L’età dell’Innocenza), a Ol’ga (Oblomov). Irene è la cellula impazzita del sistema, quella che sfugge alle convenzioni, quella che non cede al conformismo. Alla fine, in effetti ci appare rigida, chiusa nella sua posizione, arroccata a risentimenti non superabili neanche per amore del figlio, ma comunque ci piace. È una donna di principio, e quant’è raro trovarne in letteratura… e nella vita.

Sarà intorno a Irene che ruoterà la storia della Grande Casa (nelle saghe familiari c’è sempre la grande casa la cui costruzione sancisce il consolidamento della posizione sociale), sarà per lei che la casa sarà costruita, per lei che si consumerà la tragedia, da lei sarà abitata.

La posizione delle loro case era di capitale importanza per i Forsyte, e non c’era da stupirsene perché incarnava lo spirito del successo familiare

Sarà Irene a intrecciare i destini dei due rami dei Forsyte, sarà Irene e a decidere l’estinzione del nome dei Forsyte, la loro scomparsa dallo scenario londinese e inglese (non sto spoilerando, chi conosce un po’ le saghe familiari sa che la terza generazione è condannata all’estinzione del nome. Non dite che non lo sapevate, su!). L’estinzione dei Forsyte coincide con l’alienazione della casa simbolo da un lato e dall’altro il mescolarsi del sangue borghese e ricco dei Forsyte con quello ormai gramo e antico della nobiltà.

La scrittura, nella traduzione, è fantastica. Nonostante la complessità narrativa e l’intreccio delle storie dei personaggi, che sono decine, si viene letteralmente travolti dalla narrazione. L’ambientazione è riuscita perfettamente. Galsworthy sapeva di cosa parlava, lui proveniva dall’ambiente vittoriano della borghesia nascente, come Thomas Mann con i Buddenbrook, non aveva bisogno di inventare, doveva solo descrivere quello che vedeva e viveva. Così emerge tutta l’ipocrisia dell’ambiente vittoriano, tutta l’arroganza della classe al potere, tutta la prosopopea dell’impero britannico, che nella Guerra anglo-boera avrebbe trovato un primo grande smacco. C’è tutto in questo romanzo, soprattutto forte emerge il modo in cui la società e la classe sociale condiziona la formazione individuale, la costruzione della coscienza, la morale come l’etica. Meraviglioso. Leggere i Forsyte significa comprendere come siamo arrivati a questo punto del capitalismo sfrenato, al perché qualcuno a metà ‘800 aveva capito che qui saremmo finiti e ha cercato soluzioni alternative.

Londra, la città che essi avevano conquistato, con la quale si erano amalgamati, era grande, e non dava loro il tempo di badare ai sentimenti.

Ogni cosa testimoniava quell’amore del fasto tanto radicato nelle famiglie, che procedendo da origine volgare, hanno dovuto farsi molta strada prima di poter entrare nella cosiddetta società.

Emblematica la descrizione dei funerali dell’Imperatrice Vittoria, simbolo di un’epoca che si chiude, della sicurezza che viene meno. Mai l’impero era stato più grande, mai un regno era durato così a lungo. L’immagine di James Forsyte che vecchio segue dalla finestra della sua residenza la processione del corteo funebre piangendo la sua sovrana e la fine di un’epoca commuove. C’è il senso della perdita, della decadenza, dell’inizio dell’epoca della velocità, di cui le automobili sono l’emblema, dell’inarrestabile corsa alle armi e dell’euforia che avrebbe portato alla Grande Guerra. Nella Saga dei Forsyte c’è un mondo intero, per cui è possibile identificare la Saga come romanzo storico. Senza contare che si comprende più da questa lettura che da quella di tutti i giornali e le pubblicazioni sulla Gran Bretagna che si trovano in giro ultimamente, date le scelte politiche del glorioso popolo.

Poi c’è l’aspetto relativo alla costruzione dei singoli personaggi, descritti in maniera perfetta, affatto stereotipati. Galsworthy non condanna, descrive le inclinazioni individuali, e sembra emergere la ferma convinzione che tutti siano guidati dall’egoismo, dalla propria realizzazione personale, sia essa legata alla ricchezza o al successo, sia essa legata all’amore e ai sentimenti. C’è però sempre un presupposto di fondo valido per tutti: i personaggi sono coerenti, fedeli a se stessi. Irene non si vende e non lo farà mai. Soames non chiede perdono perché può comprare. Jules ricerca sempre e comunque la bellezza da proteggere. Joylon vive di sentimenti e di sfide. Insomma loro evolvono, ma non cambiano, sembrano il ritratto della consapevolezza di un mondo che sta per scomparire e che in loro vive l’apoteosi.  I dialoghi sono davvero molto belli e sono parte rilevante della narrazione. La descrizione è riservata all’ambientazione, al contesto, alla natura soprattutto. I dialoghi sono il mezzo espressivo privilegiato per i rapporti tra i personaggi.

Infine una nota alla poesia in prosa che caratterizza alcuni alcune parti, mi riferisco soprattutto agli interludi. C’è una descrizione della natura, una simbiosi tra l’uomo e l’ambiente che raggiunge vette elevatissime. Commovente la scena della morte di Joylon il vecchio, come la morte del suo cane. Queste parti sembrano segnare una sorta di pausa che Galsworthy prende dalla meschinità dell’uomo, dalla grettezza e dalla prosaicità della vita reale.

Era uno di quei giorni primaverili che riempivano l’uomo di un languore ineffabile, una dolcezza e una pena insieme, una brama tale da farlo restar fermo a guardare foglie eed erba, e tendere le braccia come per stringere qualcosa ch’egli ingora. Un leggero tepore si sprigionava dalla terra, di tra il gelido ammanto che l’aveva avviluppato tutto l’inverno. E un lungo, carezzevole invito veniva su da essa, affinché gli uomini si mettessero a giacere nelle sue braccia, rotolassero sopra il suo corpo, accostassero al suo seno le sue labbra

Ancora due parole sulla sapienza di scrittore con cui Galsworthy chiude la Saga. Il leggero saluto con la mano di Irene a Soames raccontano una storia e chiudono un mondo. Solo quello vale il Nobel.

Sapete, la fine del libro mi ha colta impreparata. Avrei voluto che durasse ancora altre 1000 pagine. Ci sono libri che vanno così, per fortuna io sono ingnorante, so di non sapere e ne ho ancora altri 1000000 così belli da scoprire.

Consigliato: Se siete alla ricerca del grande romanzo che vi avvinga per l’estate, quello da portare in vancanza con voi. Sempre che riusciate a trovarlo!

Sconsigliato: non è leggerissimo, ovviamente. Deve comunque piacervi il genere, anche se io consiglierei di dargli una chance

Autore: John Galsworthy

Anno: iniziata nel 1901, la Saga è stata pubblicata tra il 1906 e il 1921

Editore: la vecchia edizione italiana Mondadori nella traduzione di Vittorini si trova in alcune biblioteche, solo il primo volume è stato rieditato e si trova online. Se padroneggiate l’inglese e avete un Kindle, Amazon lo rende disponibile in free download

Lunghezza a stampa: 1400pp circa l’insieme dei tre volumi e degli interludi

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Informazioni su Tatiana Larina

russa per vocazione, dedica ogni minuto libero a leggere qualsiasi cosa le passi a vista da arabi, persiani e indiani a scandinavi e russi, dai diari di viaggio alle saghe familiari e fantasy con un debole dichiarato per l‘italiano puro. Non che disprezzi chick-lit, fantasy e gialli da strapazzo, ma per carità non propinatele spazzatura spacciata per capolavori. Mamma e ricercatrice, dopo un decennio o più a girare per trovar chi sa cosa, è arrivata alla conclusione che un libro come si deve ti porta più lontano del ‘Millennium Falcon’.

3 commenti su “La Saga dei Forsyte

  1. stravagaria
    19/08/2016

    Mannaggia, non riesco a trovarlo…

    Mi piace

  2. Pingback: Ci mettiamo la faccia: i migliori libri letti nel 2016 | Parla della Russia

  3. Pingback: #5Libri di quasi 1000 pagine da leggere in estate | Parla della Russia

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