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Breve Storia di Sette Omicidi

JamesSe Hannah Arendt avesse letto Breve storia di sette Omicidi, avrebbe parlato di genialità del male piuttosto che della sua banalità. Questo è uno di quei libri che una volta letto, cambiano la prospettiva delle cose, cambiano il lettore; si guarda il mondo in maniera differente e di certo non sotto una luce migliore.

Vincitore del The Man Booker Prize 2015, e meritato fino in fondo,  Breve storia si presenta come un punto di riferimento della letteratura contemporanea. Tra il pulp di Tarantino, letteratura post-coloniale e romanzo storico, il libro scardina prospettive e punti di vista. E’ raro trovare una cosa scritta così, nel bene e nel male. Ma andiamo per gradi ché di cose da dire ce ne sarebbero tante, troppe. E questa recensione non pretende di essere esaustiva nè minimamente all’altezza dell’opera.

La narrazione è un prima persona con la particolarità che il narratore/protagonista non è unico ma si alternano decine di personaggi diversi con punti di vista, sentimenti, psicologia opposti. Questa tecnica, molto diffusa in certa letteratura a oriente (La montagna dell’Anima di Gao Xingjian, Un Divorzio Tardivo di Abraham Yehoshua, I Figli della Mezzanotte di Salman Rushdie, per citare alcuni esempi grandiosi), comporta una immedesimazione costante tra lettore e voce narrante. James, scegliendo di modificare sempre la prospettiva, getta il lettore in evidenti difficoltà dato l’utilizzo di diverse voci evita la tradizionale presa di posizione del lettore a favore dell’io narrante  (la prima persona è infatti abusata da scrittori di levatura mediocre per dare spessore a personaggi che altrimenti non avrebbero ragione d’essere). Voce narrante stessa diventa uno strumento per la razionalizzazione dell’azione. Il lettore diventa parte attiva e ha la possibilità di restare al centro, nell’occhio del ciclone narrativo e allo stesso tempo può tenersi equidistante dai personaggi. Bastino come esempio le parti relative alle morti: la vittima, il morente parla fino all’esalazione dell’ultimo respiro con un’ansia crescente e un crescente distacco dalla realtà, un salto verso l’ignoto. La potenza narrativa è fortissima, l’impressione che ne deriva lascia un segno indelebile. Forse morire è proprio come lo descrive James.  Il lettore è al tempo stesso omicida e vittima e vede le ragioni di entrambi.

Ancora, esemplare una scena di violenza: una gang pianifica un assalto armato ad un illustre personaggio e al suo entourage. L’assalto è narrato da un membro della gang sotto effetto di cocaina, per cui l’azione ha una velocità e un ritmo da capogiro. Tu leggi e sei lì: a sniffare, a sentire salire la neve, a volerne ancora, a prenderne, ad eccitarti, pronto a tutto, a fare quello che devi e non devi, a sparare senza sosta, a morire. Ho letto un po’ di libri e un pezzo così non mi è mai capitato. Psichedelico. Il tutto senza punteggiatura. Ingoi tutto di un fiato, ti gira la testa. Manca l’ossigeno. E non si tratta di una scena isolata. In generale la vividezza delle immagini costruite dalle parole permea l’opera.

Un solo personaggio è narrato in terza persona e non svelerò chi per non fare spoiler, ma si tratta di un personaggio tanto centrale quanto famoso. La poetica di James sembra essere incentrata su un dualismo: James fa parlare i personaggi minori della Storia e racconta in maniera quasi leggendaria i personaggi noti. Scusate se è poco, ma qui l’idea è fortissima e riporta ad una concezione della Storia fatta dai piccoli nella quotidianetà, salvo considerare che questi piccoli sono pezzi di ingranaggi terribili, manipolati da Deus ex Machina ignoti. Da qui il discorso sul colonialismo, il post-colonialismo, l’imperialismo da guerra fredda e le rivolte populiste.

Abbiamo detto che si tratta di un romanzo corale, con decine di personaggi che si alternano come voce narrante. Sono tutti uomini tranne una sola donna, una vittima delle atrocità, obbligata alla fuga, in cerca di una vita diversa dalla perversa e stratificata violenza della Giamaica. Questa donna accompagna la narrazione fuori dall’azione principale; è in fuga appunto e vive nella costante angoscia di essere smascherata, allo stesso tempo la Giamaica e i giamaicani rappresentano per lei una sorte di attrazione magnetica cui non riesce a sfuggire. Non si sfugge al proprio destino, devi solo sperare che il destino non sia per te grave.

 Tutti gli altri personaggi sono un caleidospospio di genere senza cadere mai (MAI) nello stereotipo: c’è  l’agente CIA, il giornalista americano che investiga e che scrive la sua Breve storia di Sette omicidi cercando di ricostruire la rete di intrighi, violenze e affari illeciti e intrallazzi mafia-servizi segreti, il boss della periferia giamaicana, il membro minorenne della gang. La frammentazione dell’universo dei personaggi è tenuto insieme dal quadro storico della narrazione. Motivo per cui i diversi personaggi guardano gli eventi dal proprio punto di vista, li raccontano e ne risulta una visione a tutto tondo.  E’ da considerare che non tutti i personaggi accompagnano l’intera narrazione. Solo alcuni sopravvivono, altri si perdono o scompaiono dalla scena, altri si inseriscono in fieri. Insomma si tratta di un quadro in evoluzione costante. Sono così numerosi che James ha pensato bene di farne un elenco all’inizio, imprescindibile punto di riferimento per il lettore che nei meandri di queste quasi 800pp si perde.

I personaggi contribuiscono a determinare non solo la storia ma anche la Storia. L’incidenza nei grandi eventi delle figure minori, e spesso celata alla maggioranza, si presenta come forse più determinante dei protagonisti dei libri di storia. Cioè a cosa serve il Presidente degli Stati Uniti se poi l’agente CIA non agisce, ammazza, trama, scambia? a poco, molto poco. Questa sembra la poetica di James. Ed è questo che la figura del giornalista cerca di fare: rintracciare storie dimenticate di violenza per smascherare il male maggiore, un male ha incrociato la sua vita e l’ha condizionata fino ad annientarla. Il giornalista si perde nella Giamaica, impantanato nel suo caldo e invischiata nel suo sudore non riesce a liberarsi dell’incubo lì vissuto e decide di dedicare la propria vita alla scoperta della verità.

Per quanto riguarda l’ambientazione, La scena si svolge in un periodo che va dalla fine degli anni ’60 all’inizio degli anni ’90 tra la Giamaica, principalmente Kingston, per la prima metà del libro, e gli Stati Uniti (Miami e New York) per la seconda. Forse è proprio la Giamaica la protagonista di questo incrocio di storie. Vittima e carnefice di se stessa, il paese si propone al lettore con le contraddizioni di una ex-colonia e come terra di conquista della guerra fredda. James non fa sconti a nessuno: se gli americani giocano alle parche definitrici di destini nei Caraibi, i giamaicani sfruttano la situazione per le lotte interne, per alimentare traffici, violenza, sfruttamento. Il libro presenta un intrigo estrememente complesso, degno di James Bond, dove però sono cattivi (quasi) tutti.

A simbolo della contraddizione, la figura del Cantante (mai nominato apertamente ma non ci mettiamo molto a capire chi si tratti) che aleggia sopra le scelte e simbolo del riscatto di una nazione. Il Cantante, come detto, non ha voce narrante, le sue vicende sono raccontate in terza persona ma viste da vicino, molto vicine, quasi dall’interno. Il racconto della sua malattia e della sua morte sono un racconto a sé stante, indipendente dal resto della narrazione. Potrebbe valere da solo come modello di scrittura creativa e di arte drammatica.

Innegabile la critica fortissima di James al sistema imperial-capitalistico capitanato dagli Stati Uniti che in Giamaica come nel resto dei Caraibi e dell’America Latina decidono vite e destini favorendo illegalità, violenza, arrestratezza, ignoranza, sotto-sviluppo umano e sociale. Attenzione, però, James non risparmia critiche a nessuno: Giamaicani e neri sono sotto accusa per il loro servilismo, per l’incapacità di reagire, per la fame di facili ricchezze conquistate con droghe, violenze, guerre fratricide. Il problema razziale poi è centrale. La percezione che il nero ha di sé, lo stato di inferiorità in cui si sente rispetto al bianco e per come il bianco si comporta con lui è a tratti esasperante. Quando la scena si sposta nel Bronx a New York, lo stato di asservimento in cui i neri sono tenuti anche attraverso la diffusione di droghe da parte dell’intelligence americana è il segno eclatante di una perdurante schiavitù.

Sicuramente Breve Storia ha diversi livelli di lettura: il livello storico sociale che si sovrappone e confonde con una livello più tetro, una certa tendenza al complottismo tipico delle spiegazioni causali da guerra fredda e neo-colonialismo. Il livello intimista rappresentato da diversi protagonisti/voci narranti, in primis dell’unica voce femminile. Poi esiste un livello sociale di protesta e di dissenso: James è un giamaicano nero, critica i neri e critica i bianchi: yankees, sovietici, castristi, giamaicani politici e spacciatori, tutti concorrono alla degradazione di una nazione e all’asservimento dei neri a Kingston come nelle periferie newyorkesi. La CIA gioca al padreterno smistando droga per domare il malcontento delle periferia degradate, addestrando disgraziati ad ammazzare altri disgraziati, manipolando tutto dai governi all’industria musicale.

Quindi si tratta di un libro perfetto? No, proprio no. Ha un grosso difetto a mio parere: c’è troppa carne al fuoco. Quando alla fine del libro emerge con prepotenza il discorso dell’omosessualità nell’ambiente malavitoso, sembra che James abbia deciso di rccontare tutti i guai del mondo in un romanzo. Il membro omosessuale della gang assume quasi il ruolo del martire: brutalizzato dal sistema scopre la sua identità, ad essa si arrende.  Per questo James offre scene erotiche che francamente con il resto del libro non c’entrano. Questa storia è un libro a sé e averlo inserito nel testo non ha aggiunto nulla al resto della narrazione. Ugualmente, spostare la scena negli States contribuisce a seguire il filo della storia giamaicana, ma affrontare il problema dei ghetti neri ha ampliato troppo il raggio di azione. Il moltiplicarsi non solo dei fili narrativi, ma delle ragioni narrative porta il lettore ad una sorta di assuefazione. Da questo si desume che James abbia puntato molto in alto. Sicuramente ha raggiunto mete elevate, ma io avrei preferito una maggiore quadratura.

Ultima nota riguarda la lingua. Io ho letto la traduzione. Ho iniziato in originale ma è stato per me impossibile continuare. Non è  inglese, è creolo. La stessa traduttrice dichiara nella nota di chiusura la difficoltà della traduzione e la necessità di avere contatti diretti con l’editor e l’autore. Molte cose sfuggivano alla comprensione. Ma diamine, questa è vera letteratura post-coloniale: non solo un’etichetta geografica, ma l’evoluzione della lingua, dello stile e delle tematiche. Come dicevo James utilizza lo slang per affrontare temi univerali e problemi di rilevanza storica. Allo stesso tempo predilige lo stile narrativo tipico del flusso di coscienza: senza interruzioni, senza punteggiatura, con una continua alternanza di dialoghi diretti e indiretti. Ne deriva sicuramente una forza narrativa senza paragoni. Più che la storia, ti restano le immagini come se avessi visto un film (da oscar) invece che aver letto un libro.

Consigliato: è un libro da leggere, ma serve uno stomaco forte. All’ennesimo stupro, omicidio, strage beh, la voglia di mollare viene eccome.

Sconsigliato: non trovo mai motivi veri per sconsigliare un capolavoro, e questo libro lo è.

Questo libro è un ottimo suggerimento per la #readingchallenge2016 sezione #libroManBooker!

Reading Challenge 2016

Autore: Marlon James
Editore: Frassinelli
Lingua originale: inglese – creolo, traduttore P. D’Accardi
Lunghezza stampa: 513pp.
ISBN-10: 8888320717
Prezzo di copertina: 24,50€

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Informazioni su Tatiana Larina

russa per vocazione, dedica ogni minuto libero a leggere qualsiasi cosa le passi a vista da arabi, persiani e indiani a scandinavi e russi, dai diari di viaggio alle saghe familiari e fantasy con un debole dichiarato per l‘italiano puro. Non che disprezzi chick-lit, fantasy e gialli da strapazzo, ma per carità non propinatele spazzatura spacciata per capolavori. Mamma e ricercatrice, dopo un decennio o più a girare per trovar chi sa cosa, è arrivata alla conclusione che un libro come si deve ti porta più lontano del ‘Millennium Falcon’.

16 commenti su “Breve Storia di Sette Omicidi

  1. polimena
    23/01/2016

    L’ha ribloggato su trecuggginee ha commentato:

    Una splendida recensione di Tatiana Larina sul #libroManBooker per la #readingchallenge2016
    Breve Storia di Sette Omicidi di Marlon James

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  2. polimena
    23/01/2016

    Splendida rece come sempre Tatiana Larina. Io sono alle prese con Wolf Hall per il #readingchallenge2016 #libroManBooker e la storia non mi esce dalla testa. Di solito è così quando il libro è potente e indimenticabile. Non so se avrò il coraggio di leggere Marlon James. Mi sembra troppo complesso, violento e difficile.

    Liked by 1 persona

  3. Tatiana Larina
    23/01/2016

    Grazie Poli! sì è un libro complesso, ma la traduzione è molto buona … in originale… è un altra lingua. Certo a P@P non piacerà l’espressione ma è un vero pugno nello stomaco, è talmente forte che a volte ti viene la nausea. Eppure… mi si è rotto il kindle mentre lo leggevo e soffrivo per l’interruzione, volevo succhiarne ogni parola.

    Wolf Hall è un libro grandioso, la Mantel ti resta nella testa capisco la sensazione … questi booker sono tutti da paura!!

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  4. zaidenoll
    23/01/2016

    W i Booker!

    Liked by 1 persona

    • Tatiana Larina
      23/01/2016

      Hasta Siempre!!!… ah no, quella era un’altra cosa 😀

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  5. Davvero ottima rece, anch’io ce l’ho in coda di lettura 😉
    Evviva i Booker, tanti davvero molto belli: non a caso “la vita e il tempo di Micheal K” è tra i miei 3 preferiti di sempre. E se per #LibroManBooker sono già a metà de “I luminari”, credo che per #libroAutoreAmato la scelta quasi sicuramente ricadrà sul buon Coetzee. #ReadingChallenge2016 sempre più serrata e interessante 😀

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    • Tatiana Larina
      25/01/2016

      eppure ne ho trovato uno di Booker che mi ha delusa Calore e Polvere di Ruth Prawer Jhabvala – 1975… partito bene, poi si è afflosciato sul finale: storia classica alla Desai del “Vado in india per cambiare vita”.. però era il 1975 e tutto sommato gli hippies imperavano

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  6. Massimo Orsi
    23/01/2016

    Lo sto leggendo in questo periodo e sono a circa metà libro; non abbastanza per potergli dare un giudizio; tuttavia per ora risulta essere interessante ma anche complesso ed abbastanza impegnativo. Complimenti per la tua recensione.
    Ciao,Massimo

    Liked by 2 people

    • Tatiana Larina
      25/01/2016

      grazie!! … ti dici impegnativo? … è un eufemismo, vero?

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      • Massimo Orsi
        27/01/2016

        Corretto. Infatti l’ ho iniziato ed interrotto diverse volte. Nel frattempo ho letto, per cosi dire, altri libri più “leggeri” (come gli ultimi di Lansdale e Winslow )…Ora ci sto riprovando 😉

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  7. Maga
    24/01/2016

    Splendida recensione Tatiana! Questo libro l’ho già messo in lista spero solo di avere le energie psicofisiche per poterlo affrontare senza soccombere 😀

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    • Tatiana Larina
      25/01/2016

      energie ce ne vogliono in effetti, ma si fa, si fa

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  8. speranza
    25/01/2016

    ma che bella bella bella recensione.
    l’ho iniziato, ma richiede, come diceva Maga, parecchie energie. lo rimando ad una stagione migliore.

    brava

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  9. baba
    25/01/2016

    Strepitosa come sempre. Ma quel “c’è troppa carne al fuoco” me lo fa guardare con sospetto, anche se è un capolavoro. Per ora passo.

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  10. Agata (e la tempesta)
    01/02/2016

    L’ha ribloggato su LibriPensierie ha commentato:

    Il Booker Prize 2015 secondo Tatiana Larina.

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  11. Pingback: #readingchallenge2016 and the Winner is… | Parla della Russia

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