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La morte del padre

downloadLa morte del Padre è il libro che apre una serie di sei volumi La mia battaglia, autore Karl Ove Knausgard, scrittore norvegese trapiantato in Svezia. Chi mi conosce sa che io ho una passione smodata per la letteratura norrica e scandinava, a prescindere dai gialli che ormai permeano il mercato e che a mio avviso falsano la cultura di questa regione.

Ragion per cui, quando mi hanno regalato questo romanzo di cui avevo solo sentito parlare vagamente mi sono sentita felice (la felicità, per intenderci di ogni lettore compulsivo davanti a un nuovo libro). Questo poi prometteva miracoli: lungo, intenso, un capolavoro dichiarato, paragonato alla Recherche… insomma un vero regalo di compleanno.

Lo inizio a febbraio e lo concludo a fine agosto…. cos’è che mi ha portato a trascinare per le lunghe questa rivelazione letteraria? la pesantezza? sì, è un libro pesante, ma certo non è Gao Xingjian; la lunghezza? 500 pp. non sono poi infinite. Il tema? introspettivo sì, ma per capirci io ho divorato l’Ulisse di Joyce sacrificandogli una notte di capodanno… quindi?

Questo è un libro assolutamente deludente! Come tutti i fenomeni letterari in cui mi capita di incappare ultimamente.

Vediamo il tema. Introspezione spinta all’estremo, Knausgard scrive in prima persona e analizza gli anni dell’infanzia, dell’adolescenza e della propria maturazione partendo dal rapporto contrastato con il padre, figura autolesionista e lontana dalla paternità. Il protagonista mette su un atto di accusa contro suo padre e analizza le pieghe del rapporto attraverso il racconto di episodi di vita (dalla prima partita a calcio, alla prima sbronza, alla prima eiaculazione, ecc.). Il racconto familiare comprende anche la figura della madre, del fratello maggiore, determinante in qualche modo per la costruzione affettiva, dei nonni con cui cresce perché abbandonato da tutti. Questa visione non produce mai una netta messa a fuoco di altri protagonisti che non sia se stesso e il suo rapporto con il padre. Del padre, ad esempio sappiamo che è un alcolista e che beve fino a morirne, ma non si capisce il perché, quale trauma lo abbia indotto a dipendere dalla bottiglia, quale solitudine covasse ecc. Per questo il libro è parziale, incompleto e, credetemi, egocentrico. Ogni azione è descritta in maniera pedante, ogni sensazione o barlume di sentimento analizzato allo stremo.

Non nego che ci siano spunti di riflessione interessanti. Alcune frasi o pagine innegabilmente ben scritte, ma questo non significa che si tratti di un capolavoro come l’editore e in generale la stampa continentale vuole farlo passare. Forse sono io che mi sono persa qualcosa, forse non ho una tale profondità per capirlo. Forse… Forse è solo l’ennesimo esperimento mediatico, l’ennesimo scrittore pompato allo stremo nel vuoto di reale produzione letteraria (che poi davvero vuoto non è, se si guarda oltre i fenomeni promozionali). Un tentativo pseudo-intellettuale di confrontarsi con temi molti delicati.

Il romanzo si conclude con la catarsi: la preparazione del funerale del padre come espiazione alle proprie mancanze di figlio e come segno di perdono per il genitore; il pianto liberatorio e l’accettazione della morte e della  prosecuzione nella vita. La riconciliazione con se stesso.

Il libro è autobiografico, lo spazio temporale copre circa 30 anni, la tecnica utilizzata è quella del flusso di coscienza, per cui i diversi momenti si sovrappongono e non esiste una successione cronologica.

Perché tanta avversione da parte mia? provo a darvi un’idea un po’ ironica:

1. Knausgard, non sei Joyce non mi puoi ammorbare con ogni singolo pensiero che è passato nella tua testa (che poi manco li scriveva di se stesso)

2. Knausagard, non puoi pensare che la gente che conosci e frequenti sia il centro del mondo (non sei Proust, idem come Joyce sopra)

3. ogni tazza di caffè bevuta non è necessariamente l’ultima sigaretta di Zeno Cosini

4. se la strada è silenziosa e non passa una macchina non necessariamente vivi nella Peste di Camus

6. non sei Musil, ti assicuro che la tua Norvegia non ha simbolicamente la portata della Vienna di fine impero (con annessi e connessi di perdita di riferimento, incertezza del futuro, relatività, ecc.)

7. ciò detto, Karl Ove sei un genio: invece di spendere una fortuna per farti psicoanalizzare, hai guadagnato un monte di soldi vendendo fumo a una società che ama il solipsismo…

Consigliato: se vi piace il genere introspettivo provate, magari cogliete quello che a me è sfuggito. Se siete in periodo di analisi…. forse potrebbe aiutare

Sconsigliato: se vi aspettate la letteratura scandinava, ecco questo non lo è, se non una sua possibile evoluzione ma poco ha a che fare con i classici. Se poi siete giù di corda, ecco lasciate proprio perdere

Autore: Karl Ove Knausgard

Editore: Feltrinelli

Lingua originale: Novergese, traduttore Margherita Podestà Heir

Lunghezza stampa: 505pp

IS
BN:
978-88-07-03114-4

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Informazioni su Tatiana Larina

russa per vocazione, dedica ogni minuto libero a leggere qualsiasi cosa le passi a vista da arabi, persiani e indiani a scandinavi e russi, dai diari di viaggio alle saghe familiari e fantasy con un debole dichiarato per l‘italiano puro. Non che disprezzi chick-lit, fantasy e gialli da strapazzo, ma per carità non propinatele spazzatura spacciata per capolavori. Mamma e ricercatrice, dopo un decennio o più a girare per trovar chi sa cosa, è arrivata alla conclusione che un libro come si deve ti porta più lontano del ‘Millennium Falcon’.

3 commenti su “La morte del padre

  1. polimena
    05/10/2015

    Tatiana, il primo scrittore nordico del quale mi parli non bene! Quindi non lo leggo neppure sotto tortura!

    Liked by 2 people

    • Tatiana Larina
      05/10/2015

      hai colto al volo… davvero una perdita di tempo… l’ho finito solo per quella mania di non abbandonare un libro

      Liked by 1 persona

  2. speranza
    05/10/2015

    grazie. che favolosa stroncatura

    Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il 05/10/2015 da in Buttiamoli nel Volga, Ora in libreria con tag .

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