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Il paese delle maree

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Titolo: Il Paese delle Maree
Autore: Amitav Gosh
Editore: Neri Pozza
Pagine: 464

 

Da piccola sognavo le Sunderbunds. Le ho sognate per anni, respirando l’aria pesante e umida, inciapmando nelle radici di Mangrovie, tendendo l’orecchio per udire il ruggito della Tigre.

Vi invito ad indovinare questa citazione, tornando indietro di qualche decennio 🙂

Il Gange, questo famoso fiume celebrato dagli indiani antichi e moderni, le cui acque son reputate sacre da quei popoli, dopo d’aver solcato le nevose montagne dell’Himalaya e le ricche provincie del Sirinagar, di Delhi, di Odhe, di Bahare, di Bengala, a duecentoventi miglia dal mare dividesi in due bracci, formando un delta gigantesco, intricato, meraviglioso e forse unico.
La imponente massa delle acque si divide e suddivide in una moltitudine di fiumicelli, di canali e di canaletti che frastagliano in tutte le guise possibili l’immensa estensione di terre strette fra l’Hugly, il vero Gange, ed il golfo del Bengala. Di qui una infinità d’isole, d’isolotti, di banchi, i quali, verso il mare, ricevono il nome di Sunderbunds.
Nulla di più desolante, di più strano e di più spaventevole che la vista di queste Sunderbunds. Non città, non villaggi, non capanne, non un rifugio qualsiasi; dal sud al nord, dall’est all’ovest, non scorgete che immense piantagioni di bambù spinosi, stretti gli uni contro gli altri, le cui alte cime ondeggiano ai soffi del vento, appestato dalle esalazioni insopportabili di migliaia e migliaia di corpi umani che imputridiscono nelle avvelenate acque dei canali.
È raro se scorgete un banian torreggiare al disopra di quelle gigantesche canne, ancor più raro se v’accade di scorgere un gruppo di manghieri, di giacchieri o di nagassi sorgere fra i pantani, o se vi giunge all’olfatto il soave profumo del gelsomino, dello sciambaga o del mussenda, che spuntano timidamente fra quel caos di vegetali.
Di giorno, un silenzio gigantesco, funebre, che incute terrore ai più audaci, regna sovrano: di notte invece, è un frastuono orribile di urla, di ruggiti, di sibili e di fischi, che gela il sangue.
Dite al bengalese di porre piede nelle Sunderbunds ed egli si rifiuterà; promettetegli cento, duecento, cinquecento rupie, e mai smuoverete la incrollabile sua decisione.
Dite al molango che vive nelle Sunderbunds, sfidando il cholera e la peste, le febbri ed il veleno di quell’aria appestata, di entrare in quelle jungle ed al pari del bengalese si rifiuterà. Il bengalese ed il molango non hanno torto; inoltrarsi in quelle jungle, è andare incontro alla morte.
Infatti è là, fra quegli ammassi di spine e di bambù, fra quei pantani e quelle acque gialle, che si celano le tigri spiando il passaggio dei canotti e persino dei navigli, per scagliarsi sul ponte e strappare il barcaiuolo od il marinaio che ardisce mostrarsi; è là che nuotano e spiano la preda orridi e giganteschi coccodrilli, sempre avidi di carne umana, è là che vaga il formidabile rinoceronte a cui tutto fa ombra e lo irrita alla pazzia; ed è là che vivono e muoiono le numerose varietà dei serpenti indiani, fra i quali il rubdira mandali il cui morso fa sudar sangue ed il pitone che stritola fra le sue spire un bue; ed è là infine che talvolta si cela il thug indiano, aspettando ansiosamente l’arrivo d’un uomo qualsiasi per strangolarlo ed offrire la spenta vita alla sua terribile divinità!

Capirete quindi il motivo per cui mi sono gettata su questo libro come se non ci fosse un domani, e l’ho letteralmente divorato, restando per giorni immersa nell’atmosfera del libro, piangendo le dovute lacrime alla fine, e conservandone un’emozione indelebile.

La storia, oltre che per l’ambientazione, mi sta a cuore per diversi motivi, che toccano corde diverse della mia sensibilità.

Vi dico subito che per me il protagonista non è Piya o Kanai. Il protaginista del libro è Fokir, il pescatore analfabeta, che ha un legame speciale con l’acqua, e con la Tigre. Fokir è un personaggio che mi è restato dentro. Rappresenta secondo me un archetipo, l’archetipo dell’uomo “naturale” (dal sapore vagamente coloniale/classista, ma soprassediamo!), un po’ come il guardiacaccia della Lady Chatterley (una mia vecchia passione).

“Poi è stato come se i confini dei nostri corpi si fossero sciolti e fossimo fluiti uno nell’altra come il fiume fa con il mare. Non c’era niente da dire, niente che dovesse essere detto. Non ci furono parole a riscaldare i nostri sensi, solo un mescolarsi come quello dell’acqua dolce con il sale, un salire e scendere come quello delle maree”

Ma a parte Fokir, i due protagonisti sono Kanai, forse il personaggio riuscito peggio, l’intellettuale indiano, agiato, un po’ spocchioso, decisamente maschilista nel senso più sottile del termine, e Piya: la donna occidentale, indipendente, volitiva, solitaria. La ricercatrice che per seguire la sua passione si lancia in avventure più o meno razionali ( aprendo una parentesi, questo personaggio ha con me un’affinità indubbia, che ha sicuramente contribuito al mio apprezzamento).

Questa ambientazione estremamente naturale si accompagna ad una importante sottotrama, incentrata sulla politica. Sul sogno socialista. Sull’oppressione dei contadini da parte del governo. Sull’abuso. Sul massacro. A saper leggere questa storia, si impara moltissimo sulla politica in India, e sulle idee di Gosh, che si serve per narrare del diario di un vecchio professore morto da trent’anni . E questo espediente lo protegge dall’esprimere idee troppo “forti”, che però sono lì, nel libro, nero su bianco.

“…è straordinario che un uomo già avanti negli anni, un maestro amante dei libri, abbia vissuto per vedere questo, un esperimento ideato non da gente colta e di potere ma da gente incolta e senza potere alcuno!”

“Era un sogno, Kanai. Ciò che voleva non era diverso da ciò che i sognatori hanno sempre voluto. Voleva costruire un posto in cui nessuno sfruttasse l’altro e tutti vivessero insieme senza distinzioni sociali e differenze meschine. Sognava un posto in cui uomini e donne potessero essere contadini la mattina, poeti il pomeriggio e falegnami la sera”

Il Guardian definisce il libro un’esperienza Conradiana e posso dire di condividere questa idea. Il fiume diventa uno scenario della mente, la marea un simbolo della vita e del tempo, Kanai o l’uomo “civilizzato” un classico peccatore di Ubris (greca).

Ed io ho come al solito scritto troppo, lascio voi ed il paese delle maree, e corro a legger eun altro libro di Gosh.

Zaidenoll

 

 

 

 

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Informazioni su zaidenoll

Archeologa Preistorica, convinta evoluzionista, militante multiculturalista e lettrice ossessivo compulsiva: dall’etichetta dello sciampo all’ultimo numero di Nature. La sua #sfida2016: curarsi con i libri, che siano premi nobel o robetta terapeutica.

3 commenti su “Il paese delle maree

  1. adour
    15/09/2015

    Che bello! oggi hai lasciato parlare il libro.
    Ti piace David Herbert Lawrence ?
    Wow in una società così gretta e Bacchettona un miraggio .
    Brava enzina 🙂
    (come al solito)

    Liked by 1 persona

    • zaidenoll
      16/09/2015

      David Herbert Lawrence è sttao il mio scrittore preferito fino a quando non ho scoperto Sartre (dai 14 ai 17-18 anni). Ho letto tuttissimo di lui! 🙂
      Grazie Tonino :*

      Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il 07/09/2015 da in Amore a prima svista, Da leggere in Transiberiana, Indiacomerussia con tag , , , .

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