Parla della Russia

I took a speed-reading course and read War and Peace in twenty minutes. It involves Russia.

Tutta la luce che non vediamo

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Il libro e’ molto bello. La bellezza sta non tanto nella storia in se’, con qualche carattere di originalità ma anche l’inevitabile scontatezza derivata dal raccontare qualcosa di già raccontato mille e mille volte, come la Seconda Guerra.

La grande bellezza del libro sta nel mantenere la promessa fatta dal suo titolo. Di raccontare con la luce, di raccontare con la luce che non vediamo: di creare un mondo vivido e sentito, visto, odorato, di farci usare tutti e cinque i sensi pur continuando noi a stringere in mano un libro.

Marie Laure e Werner. Una francese ed un tedesco. Una bambina coccolata ed amata, ma cieca. Un bambino povero ed orfano, ma con un’intelligenza fuori del comune ed una passione per le macchine.

Nei giorni tiepidi Marie-Laure apre la finestra della propria stanza e ascolta la sera che si posa sui balconi e gli abbaini e i comignoli, languida e pacata, finché il quartiere vero e quello in miniatura le si mescolano in testa.

Attraverso Marie Laure abbiamo una percezione della magnificenza del V arrondissement di Parigi, delle strade, di Rue Monge, del Museo di Storia Naturale, un posto che mi e’ particolarmente caro e che ho adorato ritrovare qui.

Botanica sa di colla, carta assorbente e fiori pressati. Paleontologia sa di polvere di roccia e polvere d’ossa. Biologia sa di formalina e frutta troppo matura; è piena di pesanti vasi freschi al tatto in cui galleggiano cose che a lei hanno solo descritto: serpenti a sonagli arrotolati in pallide funi, mani mozzate di gorilla. Entomologia sa di olio e antitarme: un conservante, le ha spiegato il dottor Geffard, che si chiama naftalina. Gli uffici sanno di carta carbone, o fumo di sigaro, o brandy, o acqua di colonia.

Lei si rigira un murice tra le mani. Se lo accosta all’orecchio. Diecimila cassetti, diecimila bisbigli dentro diecimila gusci.

Attraverso Werner assistiamo all’ascesa del Nazismo, ed infine alla distruzione del mondo dei due bambini. Quello che conta non e’ la trama, dicevo, ma il modo in cui la storia è raccontata, aereo, vivido, fresco, a tratti struggente, sempre efficace. Lo stile di questo libro e’ davvero esteticamente impeccabile. Doerr scrive della luce con la percezione di una cieca, scrive anche del silenzio o dei silenzi. Scrive della resistenza e della vecchiaia, della paura e della morte, scrive dell’amicizia e della povertà, scrive di una bambina già vecchia e saggia, Jutta, e di come suo fratello abbia capito troppo tardi quello che lei ha sempre saputo.

Jutta bisbiglia: «Oggi hanno cacciato una mia compagna dalla conca dove facciamo il bagno. Inge Hachmann. Non potevano farci fare il bagno con una mezzosangue, hanno detto. Non era igienico. Mezzosangue, Werner. Ma non siamo mezzosangue pure noi? Non siamo mezzi della mamma e mezzi del papà?». «Intendono mezza ebrea. Parla piano. Noi non siamo mezzi ebrei.» «Mezzi qualcosa dovremo pur essere.» «Siamo tedeschi interi, non siamo mezzi niente.»

«Avete una mente» mormora Bastian una sera a mensa; ognuno dei ragazzi, in maniera quasi impercettibile, si ingobbisce di più sul piatto quando il dito del comandante gli sfiora la schiena dell’uniforme. «Ma non dobbiamo fidarci della mente. La mente va sempre alla deriva verso l’ambiguità, verso le domande, quando quel che ci serve davvero è di avere certezze. Obiettivi. Chiarezza. Non fidatevi della vostra mente.»

In lui invece si affacciano continuamente dubbi. Purezza razziale, purezza politica: Bastian parla con orrore di ogni forma di corruzione, eppure – si chiede Werner nel cuore della notte – la vita stessa non è un tipo di corruzione? Nasce un bambino e il mondo ci si mette al lavoro. Gli prende delle cose, gliene mette dentro altre. Ogni boccone di cibo, ogni particella di luce che gli entra negli occhi: il corpo non può essere mai puro.

 Doerr scrive del mare. Il mare di chi non può vederlo:

Marie-Laure cammina. Adesso sotto i piedi sente ciottoli freddi e rotondi. Adesso alghe che cricchiano. Adesso qualcosa di più liscio: sabbia bagnata, omogenea. Si china e allarga le dita. È come seta fredda. Una seta fredda e sontuosa su cui il mare ha disposto i suoi doni: ciottoli, conchiglie, patelle. Striscioline di alghe. Le dita scavano e si protendono; le gocce di pioggia le sfiorano la nuca e il dorso delle mani. La sabbia le sottrae calore dai polpastrelli e dalle piante dei piedi.

Il groppo che le sta dentro da un mese comincia ad allentarsi. Marie-Laure procede lungo la linea dell’alta marea, all’inizio quasi a quattro zampe, e immagina la spiaggia che si stende in entrambe le direzioni, che gira attorno al promontorio, che abbraccia le isole al largo, l’intera filigrana della costa bretone con le sue sporgenze incolte e le sue postazioni d’artiglieria diroccate e i suoi ruderi strozzati dai rampicanti. Immagina alle proprie spalle le mura della città, i bastioni svettanti, il rompicapo di strade.

Sulla spiaggia le privazioni e la paura sono sciacquate via dal vento e dal colore e dalla luce.

Ed il mare di chi non l’ha mai visto prima:

Oggi ti voglio scrivere del mare. Contiene tanti colori: argento all’alba, verde a mezzogiorno, blu scuro la sera. A volte sembra quasi rosso, oppure del colore delle monete vecchie. In questo momento ci si muovono sopra le ombre delle nubi ed è cosparso di chiazze di luce del sole. Filze bianche di gabbiani lo percorrono come collane. Mi sa che è la mia cosa preferita tra tutte quelle che ho visto. A volte mi sorprendo a fissarlo e dimentico quello che devo fare. Sembra così grande da poter contenere ogni sensazione ed emozione.

Parlare di guerra è spesso anche parlare di scelte: avere scelta o non averla. Da che parte stare? Chi legge sta dalla parte di Friederich, il ragazzo che ha scelto (ed ha pagato), ma anche dalla parte di Werner, che credeva di non avere scelta.

Friedrich diceva che non possiamo scegliere, che la nostra vita non è nostra, ma alla fin fine è stato Werner a far finta di non avere scelta, Werner che è rimasto a guardare Friedrich mentre svuotava il secchio a terra – “Non lo faccio” –, Werner a restarsene in disparte mentre diluviavano conseguenze. Werner che guarda Volkheimer farsi strada in una casa dopo l’altra, lo stesso incubo famelico che torna e ritorna e ritorna.

Questo libro ci regala pagine davvero emozionanti, ci parla della vita, del tempo, del significato delle cose, dell’esistenza. E’ un libro che si legge in un soffio, che, nonostante l’ambientazione drammatica, ci lascia una sensazione eterea e appagante.

L’esistenza di ognuno di noi comincia con un’unica cellula, più piccola di un granello di polvere. Molto più piccola. Suddividiti. Moltiplicati. Somma e sottrai. La materia cambia padrone, gli atomi affluiscono e defluiscono, le molecole ruotano, le proteine si legano, i mitocondri emanano i loro decreti di ossidazione; in principio erano microscopici sciami elettrici. I polmoni il cervello il cuore. Quaranta settimane dopo, seimila miliardi di cellule s’incuneano nella morsa del canale del parto di nostra madre, e noi strilliamo. Dopo di che il mondo inizia a darci addosso.

Per uomini così il tempo era un sovrappiù, un barile che guardavano vuotarsi lentamente. Mentre in realtà, pensa Werner, il tempo è una pozza rilucente che ci portiamo fra le mani; bisognerebbe usare ogni energia per proteggerla. Combattere, impegnarsi davvero per non perderne neppure una goccia.

Secondo me quello che separa questo libro da un capolavoro è proprio l’ambientazione tropo spesso vista, che inevitabilmente ci fa risuonare la storia come un dejà vu. Ma non ostante questo vi consiglio spassionatamente di leggerlo, credo che sia un premio Pulitzer assolutamente meritato, che mi ha ampiamente ripagato della delusione del Cardellino.

 

Titolo: Tutta la luce che non vediamo
Autore: A. Doerr
Editore: Rizzoli
Pagine: 509

 

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Informazioni su zaidenoll

Archeologa Preistorica, convinta evoluzionista, militante multiculturalista e lettrice ossessivo compulsiva: dall’etichetta dello sciampo all’ultimo numero di Nature. La sua #sfida2016: curarsi con i libri, che siano premi nobel o robetta terapeutica.

9 commenti su “Tutta la luce che non vediamo

  1. adour
    20/07/2015

    Bellissimo enzina 🙂

    Era già in programma, ma dopo la tua recensione che dire,se non magnifique.

    complimenti ragazze continuate cosi 🙂

    PS : anche per te il cardellino tarttiano,era meglio alla brace ;))?

    Liked by 2 people

    • zaidenoll
      20/07/2015

      Grazie Tonino, sono contenta che ti sia piaciuta, l’ho scritta sopratutto per condividere con i Russi e con voi! Il libro merita, ho letto delle critiche ma sinceramente non le capisco. Poi ovvio, ognuno ha i suoi gusti. Il cerdellino…lo avrei spennato una piumetta alla volta 😀

      Liked by 1 persona

  2. Tatiana Larina
    20/07/2015

    Zaide grazie è una recensione bella e completa … ci sono tutti i motivi per cui decisi di non leggerlo ma anche tutti i motivi che mi costringono a metterlo in lista

    Liked by 1 persona

  3. speranza
    21/07/2015

    giusto per ribadire anche qui…

    brava brava brava.

    (ma già si sa..)

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  4. zaidenoll
    21/07/2015

    Grazie amiche!

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  5. mam coumba
    21/07/2015

    lo voglio!!

    (enza scrivi delle rece bellissime! sono un piacere letterario di per sè!)

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  6. zaidenoll
    21/07/2015

    Esagerata :* ..comunque questa l’ho scritta sopratutto per te!

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  7. mam coumba
    21/07/2015
  8. Agata (e la tempesta)
    21/07/2015

    L’ha ribloggato su LibriPensierie ha commentato:

    Zaidenoll e il premio Pulitzer 2015

    Liked by 1 persona

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