La passione di una figlia ingrata

frontespizio-figlia-ingrataCi sono fasi della vita che segnano profondamente le persone. Una di queste è l’infanzia. L’altra la vecchiaia. Ci sono persone che indirizzano la nostra vita in un modo o nell’altro. I nostri genitori, i nostri nonni, la loro storia, le nostre radici.

Questo libro l’ho letto quasi per caso, parlandone con una persona conosciuta da poco e con la quale condivido la passione per la lettura, che mi ha spiegato che è in finale, per la sezione narrativa, al Premio Comisso, assieme a Questo viaggio chiamavamo amore di Laura Pariani (Einaudi) e L’affare Vivaldi di Federico Maria Sardelli (Sellerio).

Sin dalle prime pagine sono stata catturata dall’ambientazione trentina (che di solito non amo, conoscendola).

La storia si svolge  in un presente in cui una madre, affetta da Alzheimer e Parkinson, viene accudita da una figlia  che torna in Trentino in estate e ritrova la “sua” famiglia, fatta da un vicinato variopinto e molto verace.

In questo presente corre anche il filo della memoria, dove l’autrice ci racconta la sua storia. La storia di una donna che si è emancipata per non diventare solamente una brava moglie che sappia cucire, cucinare e pranzare (magari dopo il marito), per aderire al famoso proverbio trentino che dice “che la tàsa, che la piàsa e che la staga a casa” (che taccia, che piaccia e che stia a casa).  In questo desiderio di emancipazione è aiutata e sostenuta dalla nonna materna adottiva, una donna amata forse più della madre.

“Quando ero partita per l’università, temendo le insidie di una cultura più permissiva, mia madre mi aveva consegnato un imperativo morale assoluto: Io le gambe te le fatte, io te le rompo prima che entri dalla porta.”

Riporto questa frase non a caso. In tanti della mia generazione se la sono sentita dire. Questa era l’educazione di allora. Non si andava molto per il sottile. Non ti spiegavano nulla, semplicemente non dovevi combinare niente che potesse mettere in cattiva luce la famiglia o che comportasse ulteriori problemi a quelli che già c’erano. In questo caso la madre impartiva la sua lezione di educazione sessuale.

Nonna Linda, invece, una sera in cui la protagonista, adolescente, elenca i difetti del proprio corpo, si spoglia lentamente davanti agli occhi della nipote dicendole:

“Stropa la boca e vàrdeme, stupida de ‘na putelota! Vardeme! Te par che mi faga schifo? Stupida, mi piaso ancora: e me la godo. Son contenta de piaser. Empara che non te sei sol carne, tete e cul. No val sol quel che te gai en mez ale gambe, ma quel che te gai chi en la testa e su la pel del cor. Stupida! I se ‘namorerà de ti perché te sei bela, bela tuta. E i te vorà ben, perché te diventerai ‘na dona ‘n gamba. Dame da ment a mi. Empara. Dai, stropa quela boca che te me pari paralizada. Vei chi, stupida. Aideme a vestirme, adess, che l’è fret e nen a dormir. Scomizia ti a dir le avemarie, stavolta…”

“Tappati la bocca e guardami, stupida di una bambina! Guardami! Ti sembra che io faccia schifo? Stupida, io piaccio ancora: e me la godo. Sono contenta di piacere. Impara che non sei solo carne, tette e culo. Non vale solo quello che hai in mezzo alle gambe, ma quello che hai qui nella testa e nel cuore. Stupida! Si innamoreranno di te perché sei bella, bella tutta. E ti vorranno bene, perché diventerai una donna in gamba. Dammi retta. Impara. Tappati quella bocca che mi sembri paralizzata. Vieni qui, stupida. Aiutami a vestirmi, adesso, che è freddo e andiamo a dormire. Inizia tu a dire le avemarie, stavolta…

Questo libro ha il pregio di parlare di rapporti familiari, di emancipazione, di lutti, di amore, di amicizia senza mai cadere nella retorica o nel pietismo.

Io non sono riuscita a staccarmene fino a quando non l’ho finito e mi ci sono ritrovata in molte, molte cose.
E ve lo consiglio col cuore.

Una bella recensione la trovate anche sul blog Suddegenere

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17 risposte a "La passione di una figlia ingrata"

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  1. A questo punto dovrei comprare tutti i libri che recensite . 🙂

    Mi ricordo :
    Quando combinavo qualche birichinata, (ed erano tante) scappavo per strada.
    Mia madre allora,si affacciava sul balcone, sporgendosi pericolosamente gridando.
    ” Toninoooooooo mo ca vin i mazzet ca pigné ( tonino quando vieni ti devo riempire di botte). Ma mentre lo diceva, portava la mano a pugno chiuso sulla bocca e la morsicava rabbiosamente.”

    Ed io Piangevo.

    Ma non piangevo per le botte (ed erano tante,ve l’assicuro ), ma perché mia madre, si stava facendo male, morsicandosi.

    Grazie agata per avermi ridato questi bellissimi ricordi.

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