Parla della Russia

I took a speed-reading course and read War and Peace in twenty minutes. It involves Russia.

Il maledetto

download    «Non possiamo sapere se agiamo o siamo agiti; se siamo pedine del gioco, o siamo noi stessi il gioco.»

Per la sua complessità, per i multipli livelli di lettura, per la sua connotazione di “romanzo storico” con una nota horror, non è possibile liquidare l’ultimo libro (pubblicato in Italia) di Joyce Carol Oates in due parole. Anzi. Come dice anche la recensione del NYT, è un libro molto difficile da recensire.

La Oates abbandona qui la prosa asciutta e tagliente che la caratterizza, per vestire i panni di uno storico, che nel 1984 racconta gli avvenimenti del lontano 1904-1905. Questo artificio narrativo, seppur classico, giustifica in parte il deciso cambio di stile della scrittrice, ed inoltre introduce una voce «non moderna» a commentare gli avvenimenti «malefici» che sono al centro dell’opera.

Ho trovato particolarmente arguto e ben costruito questo artificio. Permette di rilassarsi a chi, come me, è pienamente figlio del suo tempo ed avrebbe trovato qualche difficoltà a far coincidere il piacere della storia con tutte le manifestazioni soprannaturali che vi si narrano. Ma ecco che c’è lui, l’io narrante, che possiamo accusare di ingenuità, di bigotteria, di quello che ci pare. E così ci mettiamo seduti e ci godiamo la storia.

Il libro è lungo, è complesso, è costellato di personaggi storici molto ben documentati: primo tra tutti Wodroow Wilson, il presidente Cleveland, poi l’ombra di Teddy Roosvelt, insieme ad un buon numero di scrittori (come dimenticare Mark Twain e Jack London ?) e pensatori del tempo.

La storia narra della «Maledizione» che ha colpito le più ricche ed influenti famiglie di Princeton in un tempo e luogo precisi. Con affettazioni storiciste, riporta dialoghi, stralci di diari segreti, e ritagli di cronaca.

Questo libro fa parte della «serie horror» della Oates, ma la verità è che si tratta di un libro politico. Di un’accusa fredda, chirurgica, a volte ironica, all’«aristocrazia» americana, al perbenismo, alla pruderie, alla religione come strumento per opprimere. Del resto, lo ha detto anche la Oates, «la maledizione che perseguita i personaggi ha un’eco profonda: l’indifferenza della classe dominante, composta dai protestanti bianchi, nei confronti del dolore che i neri pativano.» E la prova ne è che l’inizio della maledizione coincida con un linciaggio di neri, di cui si riporta la storia a Woodrow. E la sua gelida, puritana, ipocrita, indifferenza.

«Ma Woodrow, il Klan ha ucciso due persone innocenti l’altra notte, a meno di ottanta chilometri da Princeton, da questo stesso ufficio! Il fatto che siano “negri” non rende la loro sofferenza e le loro morti meno orribili. Ne stanno parlando tutti, ne parlano i nostri studenti, alcuni di loro, del Sud, scherzandoci sopra, ne parlano i tuoi colleghi del corpo docente – ogni negro di Princeton lo sa, o ne sa qualcosa – e l’aspetto più odioso è che dopo che i leader del Klan hanno impiccato il giovane, e gli hanno dato fuoco cospargendo il cadavere di benzina, la sorella è stata trascinata nello stesso posto, per essere uccisa accanto a lui. E lo sceriffo della contea di Camden non ha fatto niente per evitare gli omicidi e non ha nemmeno tentato di arrestare o interrogare qualcuno subito dopo l’accaduto. Pare si fossero riunite più di settecento persone alla periferia di Camden, per assistere al linciaggio. Si dice che alcuni avessero attraversato il ponte da Philadelphia: il linciaggio doveva essere stato programmato in anticipo. I corpi hanno continuato a bruciare per un bel po’, e intanto qualcuno tra la folla faceva fotografie. Che incubo! Nella nostra nazione cristiana, quarant’anni dopo la Guerra civile. Mi dà la nausea, mi disgusta… “

La Oates è bravissima nel suggerirci cosa pensi Woodrow, cosa si dica Woodrow

Woodrow avrebbe voluto spiegare a Yaeger quanto egli fosse esplicitamente e sistematicamente imparziale verso i negri. Nonostante le proteste di alcuni membri del consiglio d’amministrazione e del corpo docente, aveva fatto in modo che Booker T. Washington non solo fosse invitato alla cerimonia del suo insediamento alla presidenza di Princeton, in quanto negro saggio e colto che promuoveva una “gradualità” nelle riforme razziali, diversamente dal radicale W.E.B. DuBois, ma che all’educatore negro venisse anche chiesto di tenere uno dei discorsi della cerimonia, al fianco di molte fra le personalità bianche più illustri del tempo. Booker T. Washington era stato persino accolto a un pranzo inaugurale tenutosi a Prospect, dove si era seduto tra gli altri ospiti nel modo più rilassato; anche se non gli era stato esteso l’invito a una sontuosa cena al Nassau Club, la sera prima, visto che il Nassau Club non ammetteva negri sulla sua proprietà (se non nella veste di domestici). Questo, il rettore Wilson non aveva avuto il potere di modificarlo, visto che il Nassau era un club privato.

Ed anche a far emergere, leggendo, cosa noi, uomini e donne del XXI secolo, pensiamo di lui (o dovremmo, se fossimo degli esseri umani decenti).

“Reverendo, sono sicuro che suo figlio sia davvero ‘straordinario’. Ma non è esattamente il momento storico più adatto perché un ragazzo negro s’iscriva a Princeton, temo che quel momento sia ancora molto di là da venire”. Fintantoché i negri – i moretti, come venivano più affettuosamente chiamati quando Woodrow era bambino – sapevano stare al loro posto, e non erano negligenti come domestici e operai, il dottor Wilson aveva pochissimi pregiudizi nei loro confronti, nel complesso.

Ed infine, senza suggerire, la Oates ci tira in faccia quello che Woodrow in effetti È.

«Qui c’è qualcosa di misterioso, credo, Yaeger… sui motivi per cui sei così… così preoccupato…». «“Misterioso”? Lo credi davvero, Woodrow?» chiese Yaeger con un sorriso insolente; aveva sorriso tutto il tempo al suo anziano congiunto, un ghigno privo di gioia, simile alla smorfia di un doccione. Anche lui era agitato, tremava persino, ma non poté resistere ad avere l’ultima parola mentre si preparava a lasciare l’ufficio del rettore: «Non mi hai mai osservato abbastanza attentamente, “cugino Woodrow”. Se l’avessi fatto, o se fossi capace di tale perspicacia, sapresti esattamente perché io, e altri come me in questi maledetti Stati Uniti d’America, siamo così preoccupati». Allora, proprio mentre Yaeger se ne andava con aria sprezzante, Woodrow vide, all’improvviso… vide i lineamenti del giovane, le labbra, il naso, la consistenza e il colore della sua pelle, persino la natura vagamente crespa dei suoi capelli… vide e, con un moto di orribile disgusto, comprese.

Questo doppio, triplo registro è costantemente presente nel libro, ed è gestito con indubbia maestria. Si parlerà molto poco, nelle pagine che seguono del linciaggio (proprio perché “indicibile”), ma l’ombra del bigottismo, del conservatorismo rendono impossibile non vedere il sistema morale estremamente falsato in cui i nostri personaggi si muovono.

Dobbiamo trarre conforto dalla saggezza dei tempi come ha predicato il reverendo Beecher. Dio ha voluto che il grande fosse grande, e il piccolo fosse piccolo; e il lavoratore che non è capace di vivere con un dollaro al giorno, e a pane e acqua, non è adatto a vivere. E questo, da un predicatore di grande fama & reputazione.

 “Le donne sensate e responsabili non vogliono votare. Le posizioni reciproche che toccano all’Uomo e alla Donna furono loro assegnate molto tempo fa – da un’intelligenza di gran lunga superiore alla nostra.” Frances fa una pausa prima di battere con forza sulla macchina da scrivere la conclusione finale: “Il suffragio femminile, in breve, è una sciocchezza”.

Personaggi che sono caratterizzati benissimo, come la dolce Annabel (Sii buona, dolce fanciulla, e lascia che sia intelligente chi lo vuole!)  che percepisce qualcosa di sbagliato nello sposare Dabney, ma non riesca ad individuare cosa sia.

Dabney poteva disorientare Annabel con paradossi che lei non sapeva bene se erano seri, o beffardi: «Tu pensi? La tua faccia assomiglia tanto a quella di una bambola… una bambola di ceramica dipinta».

Sicuramente uno dei personaggi più toccanti è la “Micia” di cui viene riportato il diario. La finezza psicologica nel tratteggiare questo personaggio, raggiunge davvero picchi altissimi.

Rifuggo da discussioni su agitatori di folla che hanno iniziato ad affliggere la nostra società con richieste di SALARI PIÙ ALTI & la loro volgare minaccia di SCIOPERI. Horace diventa livido, dice che non sono altro che criminali; bisognerà ingaggiare la Pinkerton, se l’esercito statunitense non aiuterà la nostra causa; gli anarchici vanno eliminati, per servire la giustizia. Che vile avidità, desiderare solo SALARI PIÙ ALTI come se non ci fosse una COSCIENZA PIÙ ALTA cui noi tutti dobbiamo aspirare. Gli agitatori & i loro capi non l’hanno mai imparato – che l’uomo non deve vivere di solo pane?

Del resto, non tutti i molteplici protagonisti del libro hanno un percorso. La «povera Micia» farà una ben triste fine. Woodrow Wilson correrà inarrestabile verso la presidenza, senza modificare di un millimetro le proprie convinzioni. Josiah Slade, sin dall’inizio si presenta come un «precursore» dell’uomo a noi contemporaneo, come un liberale, un progressista, a modo suo, un materialista, uno scienziato. Lotterà contro la maledizione, e preferisco non raccontarvi come la lotta andrà a finire.

Continuando a leggere altri articoli della rivista socialista, Josiah si sentì sempre più inorridito e nauseato. Che gli operai lavorassero in simili condizioni, non diverse dall’esperienza della sua cara sorella Annabel nella cantina del Palazzo della Palude, era ignominioso; uomini così poveri, così intrappolati nella morsa economica, anche uomini malati, e uomini feriti, che non avevano altra scelta se non tornare alle condizioni che li stavano uccidendo: tubercolosi, reumatismi, bissinosi o “polmone marrone”, avvelenamento del sangue, e ogni tipo di lesione fisica da incidenti sui pavimenti-assassini che erano viscidi di sangue e frattaglie. Ma più spaventosi erano i reparti del concime e i reparti delle caldaie o della “vasca fumante” dove, lesse Josiah, a volte gli operai scivolavano in vasche d’acqua in ebollizione e venivano dissolti in pochi secondi, per essere poi spediti ai quattro angoli del mondo come “Lardo Foglia d’Oro Durham”! (Dopo aver letto il tristemente famoso capitolo nove della denuncia di Upton Sinclair, Josiah dovette chiudere la rivista per riprendersi.) “È mai possibile, che io abbia mangiato a mia insaputa i pezzi di un altro essere umano?

Altri, invece, coma Anabel Slade, useranno la Maledizione per rovistare nel fango e nelle macerie della propria anima.

[…]in questi momenti, mi veniva il pensiero ostinato e giudizioso Questo è il tuo Buco dell’Inferno, e ti ci sei portata tu stessa. Tuttavia può darsi che quest’ultima mortificazione si sia volta a mio vantaggio; perché poco dopo mi venne in mente che se era così, se avevo portato me stessa nel Buco dell’Inferno, potevo portarmi via di lì, se ne avevo il coraggio.

C’è chi invece ha le idee chiare sin dall’inizio. Chi è da sempre e per sempre un «non conformista», chi è incapace di non pensare con la propria testa. E così i personaggi di Wilhelmina e Upton spiccano come contrappeso agli Slade. Whilelmina, con la sua femminilità tutta da inventare, e Upton, col suo idealismo totalmente staccato da un’etica spicciola, dal vedere quello che si ha sotto il proprio naso, dalla capacità di prendere in braccio il proprio figlio ed abbracciarlo.

Upton che però ci crede incondizionatamente, ed è scioccato dal suo incontro con London. Jack London è uno dei personaggi riusciti con più maestria nel libro, assolutamente divina la descrizione di questo personaggio, di questo attore, di questo cinico agitatore di folle, di questa dimostrazione vivente di dove conduca la differenza tra parole ed azione.

«No, no! Questa gente non è venuta per sentirti parlare di “Jack London”: sono venuti per sentire “Jack London”. E adesso li accontenterò.» A riprova del suo entusiasmo e della consumata sicurezza in se stesso, salì sul palco senza esitazione, e poi sul podio, come un pugile, agitando i pugni nell’aria sia per mostrare di accettare gli scrosci assordanti di applausi, sia per aumentarne ancor di più il volume. Ci vollero parecchi minuti perché il pubblico si acquietasse tanto da permettere a London di essere udito, la bocca attaccata al microfono mentre gridava, senza preamboli: «Rivoluzione adesso! Rivoluzione adesso! E ve lo dico ancora una volta – Rivoluzione adesso!».

«il nostro grido è un semplice appello agli operai oppressi e sfruttati d’America e del mondo – Organizzatevi! Organizzatevi! Organizzatevi!». La sala si zittì, quasi che London stesse recitando una preghiera. Come il ritornello di una ballata, queste poche parole di London tornarono, ogni volta con più veemenza: «Organizzatevi! Organizzatevi! E ve lo dico ancora una volta – Organizzatevi! E il mondo sarà nostro! E il destino umano sarà nostro! Rivoluzione adesso! Rivoluzione adesso! Rivoluzione adesso!”

Ed insomma, come va a finire la storia del Maledetto? Come si conclude il voluminoso tomo? Cosa ne è del Regno della Palude e dei demoni (temo che London sia uno di loro) che scorrazzano al di qua del Regno? Non sarei una  bella persona se ve lo raccontassi, ma posso dirvi che la Oates dimostra qui la sua umanità al di là della scorza dura e della prosa graffiante. La risposta sta nei bambini, il futuro nell’Utopia.

Autore: Joyce Carol Oates
Copertina rigida: 627 pp.
Editore: Mondadori  (10 febbraio 2015)
Titolo originale: The accursed
ISBN-10: 9788804647607
Prezzo di copertina: 25€

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Informazioni su zaidenoll

Archeologa Preistorica, convinta evoluzionista, militante multiculturalista e lettrice ossessivo compulsiva: dall’etichetta dello sciampo all’ultimo numero di Nature. La sua #sfida2016: curarsi con i libri, che siano premi nobel o robetta terapeutica.

4 commenti su “Il maledetto

  1. polimena
    14/04/2015

    Bella bella questa rece! Brava Zaidenoll

    Liked by 1 persona

  2. speranza
    15/04/2015

    brava brava brava.
    ste russe so proprio brave.

    aggiungiamo anche questo..
    datemi tregua!

    Liked by 1 persona

  3. Pingback: La ferocia | Parla della Russia

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