Parla della Russia

I took a speed-reading course and read War and Peace in twenty minutes. It involves Russia.

Congo

5736027Questa recensione è uscita il 7 gennaio 2015 su Corriere Immigrazione associata ad un’intervista all’autore: Congo, sulle tracce della storia.


Un libro storico, nel senso di epocale, ma anche nel senso più puro che ha l’indagine storica, quello di dar voce ai mille singoli individui che hanno fatto parte nel grande fiume del tempo. DVR conquista subito le simpatie del lettore (archeologo, come me J ) dichiarando che “avendo studiato archeologia, attribuisco grande valore a informazioni non testuali, che consentono spesso di ottenere un quadro più completo e tangibile.” In realtà l’attenzione del lettore, di qualunque lettore, è immediatamente catturata dalla grandiosità della narrazione, documentata benissimo sia dalle fonti di prima mano che dalle fonti storiche, dai rimandi all’iconografia, alla musica, ai filmati. DVR non ha paura di mettere sin dall’inizio il dito nella piaga, accusando di primitivismo l’eventuale non-smaliziato lettore. Che sia avvisato. Dentro a questo libro NON Siamo primitivisti!

“Esiste una subdola tendenza che fa iniziare la storia del Congo con l’arrivo di Stanley negli anni settanta dell’Ottocento, come se prima gli abitanti dell’Africa Centrale errassero dolenti in un presente immutabile e perpetuo, in attesa della traversata di un bianco che li liberasse dalla trappola per lupi della loro apatia preistorica.”

“L’Africa Centrale era una regione sì senza scrittura, ma non senza storia. Centinaia, anzi migliaia di anni di vicende umane precedettero l’arrivo degli europei. L’oscurantismo profondo, se mai c’è stato, si annidava nell’ignoranza con cui gli esploratori bianchi osservavano la regione piuttosto che nella regione stessa. Anche la darkness è in the eye of the beholder, anche l’oscurità sta negli occhi di chi guarda.”

“Una storia umana di novantamila anni, una società di novantamila anni… Che dinamica! Non uno stato di natura atemporale pieno di nobili selvaggi o di barbari sanguinari. Erano luoghi con una loro identità: storia, movimento, sforzi per arginare le catastrofi, che talvolta ne innescavano di nuove, perché il sogno e l’ombra sono parenti stretti. L’Africa non ha mai conosciuto l’immobilità, è solo che i grandi cambiamenti si sono succeduti più rapidamente. L’accelerazione della storia comportava un ampliamento dell’orizzonte. È vero che i cacciatori-raccoglitori forse vivevano in comunità di cinquanta persone, ma i primissimi agricoltori erano raggruppati in comunità di cinquecento individui. Quando queste comunità crebbero fino a diventare stati strutturati, l’individuo fu integrato in contesti con migliaia, persino decine di migliaia di persone. Il Regno del Kongo contava, al suo apice, circa cinquecentomila sudditi. Ma la tratta degli schiavi polverizzò questi legami più estesi. E nella foresta equatoriale, lontano dal fiume, le persone continuavano ancora a vivere in piccole comunità chiuse. Era così anche nel 1870.”

E così, pagina dopo pagina, ci si immerge nel “Cuore di Tenebra”, e si ripercorrono i primi passi che hanno portato all’annessione del territorio da parte dei Belgi (prima dalla Monarchia Belga, e solo in un secondo momento, dallo STATO Belga).

 “Un primissimo abbozzo del futuro territorio l’aveva elaborato insieme a Stanley, il 7 agosto 1884, nella villa reale di Ostenda. Stanley spiegò la cartina, molto provvisoria, che aveva disegnato dopo la sua traversata dell’Africa, un foglio in gran parte bianco che riproduceva dettagliatamente il fiume Congo con le sue centinaia di villaggi rivieraschi. Fu su quel foglio di carta che il sovrano, insieme a Stanley, tracciò dei segni a matita, con un’arbitrarietà insuperabile. Non c’era un’entità naturale, né una necessità storica o una concezione metafisica secondo la quale gli abitanti di questa regione fossero destinati a diventare compatrioti. C’erano soltanto due uomini bianchi, uno con i baffi e l’altro con la barba, che in un pomeriggio estivo, da qualche parte sulla costa del Mare del Nord, con una matita rossa univano alcune linee su un grande foglio di carta.”

 La “logica” della colonizzazione, nella sua atrocità e nella sua semplicità, sta tutta qui, in queste poche parole, nella cauta ironia con cui si fa da spettatori alla scena che ha condizionato la vita e la morte di milioni di persone (e la condiziona tuttora).

 “[…]in una cupa vigilia di Natale, si consolava annettendosi un’altra regione: il Katanga. Annettere in questo caso significava alla lettera: scrutare una carta e pensare come il mitico primo proprietario terriero di Jean-Jacques Rousseau: “Ceci est à moi”. Non fu mobilitato nemmeno un soldato. Fu una partita di Risiko, non un blitz. Si aggiunse il Katanga, ecco tutto.”

Naturalmente uno dei punti focali nel libro sta proprio nel periodo della dominazione di Leopoldo II, quello in cui le atrocità commesse furono, se così si può dire, più spudorate, tanto da suscitare il rimprovero della comunità internazionale persino a quel tempo. La narrazione di DVR è pacata, con una pretesa di oggettività storica che non è solo una “pretesa”, ma un bersaglio perfettamente centrato, a mio parere.

“La crudeltà aveva una funzione. “Il capo del villaggio Isekifusa fu ucciso mentre era nella sua capanna. Nello stesso momento furono uccise due delle sue mogli. Un figlio fu spaccato in due. Una delle mogli fu sventrata. […] La gente del Boeringa che era con le sentinelle mangiò il cadavere. Dopo di che uccisero dieci uomini che erano fuggiti nel bosco. Prima di lasciare Bolima lasciarono una parte del corpo di Lombutu, fatto a pezzi e mescolato con banane e manioca, in bella vista per spaventare gli abitanti. Le viscere del figlio furono appese intorno alle capanne del villaggio, le sue membra impalate.””

“In Europa, a partire dal 1900, si protestò vigorosamente contro il sovrano belga che faceva mozzare le mani. Alcune foto che mostravano dei congolesi con un moncherino fecero il giro del mondo, diffondendo la falsa idea che in Congo mozzare le mani di persone vive fosse una pratica corrente. Ciò accadeva sì, ma in misura meno sistematica di quanto si pensasse. Il grande scandalo della politica della gomma attuata da Leopoldo non era che si mozzassero le mani di persone morte, ma che si uccidesse con tanta leggerezza. La mutilazione dei cadaveri non era che un effetto secondario, il che non toglie che in un certo numero di casi le atrocità non conoscessero davvero limiti. “Quando ero ancora una bambina,” raccontò Matuli, una ragazza di quindici anni che andava a scuola alla stazione missionaria di Ikoko, “le sentinelle per prendersi la gomma spararono alle persone del mio villaggio. Mio padre fu ucciso così: lo legarono a un albero e gli spararono, poi le sentinelle lo sciolsero e lo lasciarono ai loro boy che lo mangiarono. Mia madre e io fummo fatte prigioniere. Le sentinelle mozzarono entrambe le mani a mia madre mentre era ancora viva. Due giorni dopo le tagliarono la testa. Non era presente nessun bianco.”

“Mozzando le membra a persone vive, i sorveglianti non solo risparmiavano proiettili, ma potevano anche sottrarre gli spessi gioielli in rame che le donne portavano intorno ai polsi o alle caviglie. Il racconto di Boali, al riguardo, è significativo: “Un giorno che mio padre era andato nella foresta per estrarre la gomma, la sentinella Ikelonda venne nella mia capanna e mi chiese di concedermi a lui. Rifiutai. Furioso, mi sparò addosso; la ferita la si può ancora vedere. Caddi e Ikelonda pensò che fossi morta. Per prendere l’anello di rame che portavo intorno alla caviglia mi mozzò il piede destro”. Se Boali avesse mostrato il benché minimo segno di vita sarebbe stata finita all’istante.”

 Uno dei punti cruciali del libro è a mio avviso, quello in cui si mette in luce come, attraverso il lavoro degli etnografi (mandati in Congo con le migliori intenzioni), si siano cristallizzate e rese fisse ed immutabili identità etniche che fino a quel momento erano state fluide, e quindi mutabili per definizione. Il tribalismo, che tanti guaoi ha pportato fino al nostro XXI secolo, secondo DVR, nasce proprio, qui, nel passaggio di staffetta tra etnografi zelanti e missionari educatori.

 “Una delle canzoncine scolastiche più vecchie che si conoscano in swahili proponeva una versione sommaria della colonizzazione: “Prima noi eravamo idioti / Con i peccati di tutti i giorni / Pulci della sabbia ai piedi / La testa piena di tarme / Grazie, reverendi padri!”.”

 “Il Congo era formato da tribù, si imparava, che avevano ciascuna un proprio territorio e proprie usanze. Alcune agivano in maniera corretta, altre no. Così si inculcava negli allievi che gli azande rispettavano i loro capi e che ciò era una cosa molto buona, che i babua non lo facevano ed era una vergogna, e che i bakango uccidevano gli elefanti ed erano pertanto molto coraggiosi. Le scuole delle missioni divennero piccole fabbriche di pregiudizi tribali. I ragazzi che non avevano il permesso di lasciare il loro villaggio apprendevano all’improvviso che dall’altra parte del loro esteso paese vivevano i bakango e che opinione averne. I pigmei, in molti manuali, venivano dipinti come bizzarre aberrazioni. Anche se non ne avevi mai incontrato uno, sapevi già cosa pensarne. “Eccellono nel furto di proprietà altrui,” leggevano gli allievi di Bongandanga alla fine degli anni venti, “non stringono amicizia con le altre persone. […] La maggior parte dei popoli dell’Africa Centrale vuole avere un corpo pulito e, dato che c’è molta acqua, si lava ogni giorno. Ma i pigmei rifiutano l’acqua e sono molto sporchi. […] Quanto a ignoranza superano tutti gli altri popoli dell’Africa. Non si rendono conto che vivere in un villaggio con le persone della tua stessa cultura è molto meglio che girovagare di continuo.””

Lentamente, il Congo si costituisce come entità statale, la moneta circola, i commerci riprendono, le città si ingrandiscono, sempre più coloni si stabiliscono in modo permanente in città. Le descrizioni della vita cittadine degli anni ‘30’- 50 sono quasi toccanti, con una prospettiva a posteriori, perché vien quasi voglia di citare le leggi di Murphy, per cui, da un preciso momento ” se qualcosa può andar male, lo farà”.

“A Boma i lavoratori portuali passeggiavano con il colletto alto, il cappello di paglia e il bastone da passeggio. Le loro mogli indossavano stoffe di cotone a fiori e copricapi che in Europa erano fuori moda da un pezzo. Nella pacifica Tshikapa, presso le miniere di diamante del Kasai, da alcune capanne risuonava la voce del tenore Enrico Caruso. Qualcuno, sul grammofono, metteva dischi di jazz e motivetti cubani. A Léopoldville, alle quattro, l’Apollo-Palace si riempiva di ballerini. Gli uomini si riunivano con i calzoni lunghi, con i calzoncini da ciclista o da calciatore, con i pantaloni da equitazione, comunque in ogni caso ben vestiti. E lo facevano anche le donne con i loro abiti, le gonne lunghe e i parei riccamente drappeggiati, tutte con i tacchi, alti fino a dodici centimetri. Qualche volta un uomo indossava uno smoking con le scarpe di vernice, la maggior parte degli altri camminava a piedi nudi. Si danzava con cautela e grande serietà, tanto era il timore di quei tacchi a spillo. Un’orchestra suonava la maringa e la rumba.”

 Naturalmente una stretta segregazione razziale scandiva la vita quotidiana. Una “colour bar” mai esplicita, ma non per questo meno tassativa. “l’assenza di una colour bar sul piano legale non significava che non esistesse una invisible colour bar. Anzi questa barriera di colore forse era la più resistente di tutte. La carriera degli africani non poteva arrivare fino ai vertici di un’azienda. Nell’amministrazione il livello più alto raggiungibile era quello di impiegato o di dattilografo. Le città si componevano di un centro bianco nettamente separato dalle periferie nere, ufficialmente per contrastare la diffusione della malaria.

 “Nel 1951 si arrivò al punto che la Commissione permanente per la protezione degli indigeni formulò una richiesta: “Inculcare nei bambini bianchi attraverso l’insegnamento e il gioco il rispetto della persona umana concernente la famiglia indigena e i bambini neri”.46 Il fatto che un’istituzione venerabile come la Commissione per la protezione degli indigeni dovesse pronunciarsi sui giochi dei bambini la dice lunga.”

 “Le dolorose aspirazioni dell’évolué non mi sono mai apparse così chiare come in quei pochi secondi di materiale cinematografico storico tratto da Heimweh nach den Tropen (Nostalgia dei Tropici), un opprimente documentario di Luc Leysen. Si trattava di immagini del concorso di bellezza organizzato a Léopoldville nel 1951. Non si valutavano barboncini o volatili, ma famiglie. Per un pubblico composto esclusivamente da bianchi, famiglie congolesi sfilavano davanti alla giuria. Il padre in pantaloncini, con accanto la moglie, e poi i figli, ordinatamente disposti partendo dal più grande. Il più piccolo portava un cartello con il numero di gara assegnato. Il pubblico applaudiva con compostezza. Dopo di che i partecipanti proseguivano con visi seri… Quanta disperazione in così pochi secondi.”

La nascita di una “borghesia nera”, come in altre colonie africane, è stato il motore che infine ha portato alla grande deflagrazione dell’indipendenza. Sebbene gli evolués inizialmente non avessero alcuna ideologia che non fosse una “sana” aspirazione piccolo borghese, la presenza sul territorio di individui più qualificati, più benestanti, più liberi, ha portato inevitabilmente al desiderio di libertà. Libertà che è stata ottenuta rapidamente, in pochissimi, passi, in pochi anni, con molta fermezza. La fermezza di un salto nel buio.

Quando un europeo entrava nell’ufficio postale non si metteva mai in fila. Diceva semplicemente: ‘Liberate lo sportello!’. Avevano sempre queste espressioni scioccanti. Noi eravamo giovani e non potevamo dire niente. Se avevano bisogno di qualcosa dicevano: ‘C’è qualcuno?’. ‘Qualcuno’ per loro voleva dire un bianco. Faceva male.” Il colonialismo non era soltanto un grande sistema mondiale, era basato nel contempo su mille piccole umiliazioni, giri di frase significativi ed espressioni facciali sottili. Lumumba denunciò con risolutezza tutto ciò, come ricordava Albert Tukeke: “Lumumba era un uomo come tutti che chiedeva soltanto dei diritti per i neri. Ma la sua personalità, le sue opinioni e la sua visione erano molto diverse. Lui percorreva cento chilometri quando gli altri ne avevano fatto solo uno. E non dico questo perché appartengo anch’io al popolo batetela”.

“Travolto dal vortice dell’ignoranza, il paese si avvicinava all’abisso dell’indipendenza.”

 “Il giorno dell’indipendenza il paese contava sedici (16!) laureati all’università.”

La narrazione dell’indipendenza, della brevissima carriera politica di Lumumba, dei suoi errori, dell’ascesa inarrestabile di Mobutu (che leggeva, sì, il Principe di Machiavelli”), è assolutamente travolgente.

Non vi citerò, come DRV per intero il discorso (storico!) di Lumumba. Cercatelo ed ascoltatelo. Ne vale la pena. Non ripercorrerò i passi che hanno portato all’abisso della dittatura di Mobutu. Vi posso dire, senza alcuna esitazione, che ogni fase, ogni passo, ogni avvenimento cruciale, sono minuziosamente analizzati, dissezionati con lucidità ma anche empatia.

“Il Congo Belga non aveva conosciuto un Parlamento, né una cultura di opposizione istituzionalizzata, di consultazioni, di ricerca di consenso, di convivenza con i compromessi. Tutto si decideva a Bruxelles. Il potere coloniale sul posto non era che un’amministrazione incaricata di eseguire le istruzioni dal Belgio. Le divergenze di opinione, che avrebbero inevitabilmente intaccato il prestigio del colonizzatore, venivano tenute nascoste alla popolazione indigena. Il più alto rappresentante del potere, il governatore generale col suo casco bianco pieno di piume di avvoltoio somigliava, nella sua onnipotenza apparentemente inattaccabile, più a un capo tradizionale di un regno feudale africano che a un alto funzionario di un governo democratico. Ci si può stupire allora di tutti i problemi che la prima generazione di politici congolese aveva con i princìpi democratici? Ci si può stupire allora che costoro sembrassero più pretendenti al trono che cercavano di eliminarsi a vicenda che non membri di governo eletti? Nei regni storici della savana la successione al trono portava sempre a feroci lotte di potere. Nel 1960 le cose non andarono diversamente.”

L’assassinio di Lumumba fa male. Fa male ancora oggi, alle nostre coscienze bianche di nipoti di “terzomondisti” e “internazionalisti” .

“L’assassinio di Lumumba fu tenuto nascosto a lungo. Per cancellare tutte le tracce, Gerard Soete, il viceispettore generale belga della polizia katanghese, riesumò poco dopo i resti delle tre vittime. Si dice che una mano, forse quella di Lumumba, spuntasse ancora dalla terra. Soete segò in pezzi i corpi e li sciolse in un barile di acido solforico. Dalla mascella superiore di Lumumba estrasse due denti rivestiti d’oro, dalla sua mano mozzò tre dita. Nella sua casa di Bruges conservò per anni una piccola scatola che mostrava talvolta ai suoi visitatori. Conteneva i denti e un proiettile.Molti anni dopo li gettò nel Mare del Nord”.

La dittatura di Mobutu fa altrettanto male, specialmente quando si sovrappongono ricordi di adolescenza ( la mia!) con la situazione laggiù, nel cuore del Continente Africano.

“Poco dopo le impiccagioni Mobutu si rivolse, con espressione impassibile, a due giornalisti belgi: “Noi bantù la sappiamo applicare la democrazia, ma non alla lettera come voi”.”

Ed infine, si arriva a toccare la storia contemporanea, gli ultimi frenetici avvenimenti in cui il destino del Rwanda e quello del Congo si fondono inesorabilmente, e quell’intrico enorme, quella cancrena di odio e desiderio di giustizia, di rivendicazioni, di patriottismo ( patriottismo!), quella bomba ad orologeria di rivendicazioni tribali…il Kivu di oggi.

“In ognuna di queste fasi, il conflitto fu segnato dagli strascichi del genocidio ruandese, dalla debolezza dello stato congolese, dalla vitalità militare del nuovo Ruanda, dalla sovrappopolazione della regione intorno ai Grandi Laghi, dalla facilità di attraversamento delle antiche frontiere coloniali, dall’inasprirsi delle tensioni etniche a causa della povertà, dalla presenza di ricchezze naturali, dalla militarizzazione dell’economia informale, dalla domanda mondiale di materie prime minerali, dall’offerta locale di armi, dall’impotenza delle Nazioni Unite e da qualche altro fattore.”

Per concludere, credo di non esagerare nell’attribuire l’etichetta di “capolavoro” a questo libro, necessario, catartico sicuramente per chi lo ha scritto ed estremamente importante per qualsiasi lettore. La mia rece per immagini qui

Titolo: Congo

Autore: David Van Reybrouck

Editore: Feltrinelli Pagine: 688

Qui una preview ed un’intervista con l’autore e qui la famosa recensione di Roberto Saviano, “Se permettete parliamo di Congo”

Annunci

Informazioni su zaidenoll

Archeologa Preistorica, convinta evoluzionista, militante multiculturalista e lettrice ossessivo compulsiva: dall’etichetta dello sciampo all’ultimo numero di Nature. La sua #sfida2016: curarsi con i libri, che siano premi nobel o robetta terapeutica.

3 commenti su “Congo

  1. speranza
    15/01/2015

    complimenti per la recensione così accurata, così come la ricerca iconografica su pinterest.

    leggerò sicuramente il libro e, spero, lo leggano in molti

    Liked by 1 persona

  2. zaidenoll
    15/01/2015

    Grazie amica!

    Mi piace

  3. Pingback: Ci mettiamo la faccia: i migliori libri letti nel 2016 | Parla della Russia

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Seguimi su Twitter

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: