Parla della Russia

I took a speed-reading course and read War and Peace in twenty minutes. It involves Russia.

Americanah

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Perché la gente chiedeva sempre “di cosa parla?” come se un romanzo “parlasse” di una cosa sola?

Americanah è un concentrato di storie, riflessioni, punti di domanda e percorsi inusuali.

Ifemelu, protagonista del terzo libro della bravissima Chimamanda Ngozi Adichie, è una giovane donna nigeriana che emigra negli States per frequentare l’università  di  Princeton. 

Ma la realtà statunitense è più complicata di quanto immaginato, leggibile solo da codici che solo con il tempo si riescono a padroneggiare, in una sorta di lento processo di assimilazione.

Ifemelu frequenta bianchi americani  che associano l’Africa ad orfanotrofi e raccolta di fondi e afroamericani che ne conservano un’immagine di terramadre esotica e sconosciuta. Si trova spiazzata davanti alla patina di politically correct (perché non ha chiesto: é bianca o nera? perché questa è l’America. certe cose devi fingere di non notarle.) che nasconde una realtà non immune da pregiudizi e stereotipi.

Per anni frequenta intellettuali e artisti, vivendo una vita privilegiata con relazioni sentimentali invidiabili e apparentemente equilibrate.

Dalle pagine del suo seguitassimo blog, chiamato “Raceteenth”, il cui sottotitolo è «Varie osservazioni sui Neri Americani (precedentemente identificati come Negri) da parte di una nera non-americana» scrive post pungenti  in cui si interroga sulle mille contraddizioni americane tra le quali, la difficoltà, apparentemente banale,  di mostrarsi come si è, con i capelli non domati da piastre e prodotti chimici (-“quindi in America non ci sono dottoresse con le treccine?” – “ti dico quello che mi è stato detto. Sei in un paese che non è il tuo. Se vuoi ottenere qualcosa devi fare quello che occorre” e ancora “devo avere un aspetto professionale e professionale vuol dire che liscio è meglio e se proprio non può essere liscio, deve essere riccio come in una bianca, riccioli morbidi o al massimo a spirar, mai crespi) in un società che forse non è così nelle viscere del suo essere, così apertamente accogliente(“ti becchi certa merda dai bianchi di questo paese che non te lo immagini nemmeno”).

Chimamanda Ngozi Adichie mostra i sentimenti, spesso contraddittori, di chi vive l’esperienza della migrazione, in perenne oscillazione tra stabilità e voglia di ritorno, tra desideri proiettati e fatiche quotidiane.

Non tornava in Nigeria da anni, e forse aveva bisogno della consolazione di quei gruppi on line, dove piccole osservazioni denotavano e degeneravano in aggressioni e gli insulti personali si speravano. Ifemelu pareva di vederli, gli autori di quei posti, nigeriani nelle loro squallide case americane, la vita oppressa dal lavoro, che coccolavano i propri sudati risparmi per tutto l’anno in modo da poter tornare a casa una settimana a dicembre, carichi di valigie di scarpe, vestiti e orologi a buon mercato, e vedere riflessa negli occhi dei parenti l’immagine tirata  a lucido di se stessi. Una volta rientrati in America, si sarebbero accapigliati via internet sui miti di casa loro, perché “casa” era ormai un luogo indistinto sospeso tra qui e là, e almeno on line avrebbero potuto fingere di non spate quanto fossero diventati incoerenti”.

La vita americana le diventa estranea, (perché mai avrebbe dovuto essere un complimento, un risultato ottenuto, il fatto di sembrare americana?) la nostalgia del grande amore giovanile ritorna prepotente e l’insoddisfazione si stratifica dentro, insinuando l’idea di un ritorno a Lagos.

La Nigeria diventò il luogo dove avrebbe dovuto essere, l’unico posto dove avrebbe potuto affondare le radici senza il bisogno costante di tirarle fuori e scrollare via la terra.

Di fronte all’unanime perplessità rispetto a questa ipotesi, Ifemelu sogna la Nigeria nel suo futuro.

Una Nigeria che non è un blocco marmoreo di povertà e ignoranza, ma uno stato in fermento culturale ed economico.

E nonostante la difficoltà del ritorno, dopo anni di vita statunitense, Ifemelu sembra riappropriarsi della sua identità, continuando a lasciare post provocatori e ironici sulla nuova realtà che la circonda.

Chimamanda Ngozi Adichie è nata ad Abba, in Nigeria, nel 1977 e ha studiato negli Stati Uniti. Già vincitrice di importanti premi con L’ibisco viola e Metà di un sole giallo (il Commonwealth Writers’ Prize for Best First Book 2005, il primo, e l’Orange Broadband Prize 2007 e il Premio internazionale Nonino 2009, il secondo), entrambi pubblicati da Einaudi, con Americanah, il suo terzo romanzo, ha conquistato la critica aggiudicandosi il National Book Critics Circle Award 2013 ed è tra le finaliste del Baileys Women’s Prize for Fiction 2014. Adichie è stata definita «la Chinua Achebe del XXI secolo».”

 

 

Chimamanda Ngozi Adichie
Americanah
2014
Supercoralli
pp. 466
€ 21,00
ISBN 9788806201012

Traduzione di Andrea Sirotti
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13 commenti su “Americanah

  1. polimena
    08/11/2014

    Ne avevo sentito parlare molto bene, infatti il libro è già in mio possesso. Tornerò a dirti le mie impressioni! Ciao speranza!

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  2. speranza
    08/11/2014

    a me piaciuto moltissimo!
    fammi sapere che ne pensi.
    buona giornata di sole

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  3. zaidenoll
    23/11/2014

    Bellissima fece e bellissimo libro!

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  4. Leoni Gianni
    29/11/2014

    Fino a buona metà qs libro mi è sembrato più memorialistica che fiction,tipo “il sergente nella neve””cristo si è fermato a Eboli” “lessico famigliare”,opera letteraria si ma così autobiografica da non avere all’apparenza trasfigurazione fantastica.Poi nella terza parte dove ci si trasferisce a Londra e si segue la vicenda del coprotagonista maschile la percezione cambia e si avverte lo sdoppiamento Autore personaggio,ci si sente raccontare una storia.Forse qs impressione di non fiction è dovuto alle sensibilissime antenne che l’autrice ha per le differenze antropologiche e sociali fra popoli e che fa sembrare qs libro un saggio testimonianza.Per fare un’esempio,parla di un appartamento studentesco in America e racconta la sua insofferenza per la coabitazione con un cane.Noi forse non ci rendiamo conto di quanto bizzarra sia per certi stranieri che vivono da noi la vista di un uomo che porta a spasso un cane,o se lo tiene in appartamento.Io che per motivi professionali ho a che fare con cani,anche pericolosi,di fronte a padroni che li sentono come un prolungamento del proprio io,membri della famiglia etc posso intuire il baratro culturale che si spalanca in società multiculturali.Questi baratri sonda la Chimamandi utilizzando sopratutto lo strumento della sua arte,il linguaggio,messo sotto il suo potente microscopio.Un’altra impressione di lettura che ho avuto è in effetti che leggendolo in traduzione, del testo si sia perso il meglio,che fra le caleidoscopiche nuance fra inglese nigeriano di classi alte e basse,accenti americani,inglese britannico etc poco fatalmente mi sia arrivato,anche perchè nella non fiction sei più sorvegliato no?non ti lasci andare e ti vengono strane idee del tipo “come sarà in originale?”A proposito di strane idee molto strana mi sembra quella dell’autrice di costellare i dialoghi di parole igbo (l’etnia africana dei protagonisti )in corsivo,sfido chiunque ad averle lette,mi sembrano come i tatuaggi che rabescano le candide braccia di certe giovani che incontro per strada,non capisco:non sono più parola ma icona,decorazione od orpello.Anche perchè nella realtà,se ci sono due linguaggi in campo raramente si mischiano ,uno prevale sull’altro e gli imprestiti dall’uno all’altro riguardano singoli oggetti di vita quotidiana,lo straccio,il mastello.Parlo per esperienza:mia moglie è argentina.Altro carattere tipografico ,e siamo a tre ,denota i post pubblicati dalla protagonista sul suo blog.é la prima volta che mi ritrovo un blog,cioè bene o male ciò che stiamo facendo ora, in una storia,sia come elemento narrativo,espediente del plot, chiamatelo come vi pare che come,e qui la cosa mi pare più interessante perche più di sostanza, come parte integrante del testo.Tanto che ti viene il sospetto leggendo che prima ci sia stata la chimamanda col suo blog (vero),che abbia pensato di pubblicare un po di post e poi ci abbia costruito sopra il romanzo.Bhe scusate le troppe parole ma un’opera d’arte fa molto pensare,diceva Kant,Fela Giananga postinia

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  5. speranza
    01/12/2014

    Gianni grazie del tuo commento e delle tue osservazioni.
    hai fatto bene a sottolineare la qualità letteraria relativa ai “post” del blog dove l’autrice utilizza un linguaggio estremamente moderno ed attuale. sono “inserti” all’interno della narrazione molto piacevoli e che dimostrano, ancora una volta, la grandezza di questa giovane eppure bravissima scrittrice.

    grazie.

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  6. Leoni Gianni
    02/12/2014

    Grazie a te Speranza per la bella recensione che mi ha fatto incontrare questo bel libro nel momento giusto fra l’altro perchè col mio gruppo di lettura abbiamo letto qs mese “Testamento francese” di Andrej Makine dove si confrontano nelle vicende del protagonista la Russia comunista e la Francia,solo che tanto è analitica e asciutta la Adichie quanto è lirico e ,dico io ,dannunziano,Makine.Altri libri simili che ricordo sono “Dispatrio”del nostro Meneghello(Italia/Inghilterra) e sopratutto “Verso sud guardando a Nord” di Ariel Dorfmann(Cile/Stati uniti) che parla così bene del suo bilinguismo anglo spagnolo.Penso che i bilingui siano più portati per la letteratura,percepire che le parole sono arbitrarie e convenzionali,predispone ad un loro uso giocoso.Ma è solo un’idea mia ,chissa se suffragata dalle statistiche.

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  7. speranza
    07/12/2014

    grazie per i suggerimenti, me li segno.
    buona giornata

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  8. Pingback: Ci mettiamo la faccia: i migliori libri letti nel 2014 | Parla della Russia

  9. nico
    16/12/2014

    Lo sto leggendo in questi giorni grazie ai vostri suggerimenti e lo trovo bellissimo e universale. Il senso di straniamento che si prova a vivere in un posto che non sia, almeno all’inizio, CASA, credo possa applicarsi a qualsiasi esperienza migratoria, anche all’interno della stessa nazione.

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  10. zaidenoll
    16/12/2014

    Ero sicura che ti sarebbe piaciuto!

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  11. speranza
    16/12/2014

    verissimo Nico. grazie del commento.

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  12. polimena
    13/01/2015

    Ma quanto mi piace il libro! Mi mancano ancora un centinaio di pagine, purtroppo l’ho dovuto interrompere causa urgenze lavorative. Per me è stato uno di quei libri che ti cambia il punto di vista, mi ha fatto pensare ad atteggiamenti e sfumature sulle quali non avevo mai riflettuto.

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  13. Pingback: In cerca di Transwonderland | Parla della Russia

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Questa voce è stata pubblicata il 08/11/2014 da in Amore a prima svista, Ora in libreria con tag , , .

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