Parla della Russia

I took a speed-reading course and read War and Peace in twenty minutes. It involves Russia.

Una Trilogia Palestinese

DarwishDarwish, alzi la mano chi lo conosce… parecchi; alzi la mano chi lo ha letto… pochi; alzi la mano chi ha letto la trilogia… pochissimi, in Italia poi solo quest’estate è tornata in pubblicazione una delle opere fondamentali della letteratura araba contemporanea, scomparsa dagli scaffali delle librerie.

Eppure si tratta di quello che è stato da più parti definito come il più grande poeta arabo contemporaneo e la trilogia è considerata alla (quasi) unanimità un capolavoro assoluto. Quasi, perché quando si tratta di letteratura araba, e palestinese in particolare, si ha sempre la sensazione che il buonismo di certa parte politica glorifichi scrittori mediocri o, all’opposto, altre correnti culturali puntino il dito contro prese di posizione offensive e giustificazioni di violenze e terrorismi.

La trilogia di Darwish, credetemi, prescinde dalle parti, dai credi e dalle partigianerie perché è un capolavoro. Punto.

Poesia in prosa dal linguaggio appassionato, profondo, sperimentale (e la traduzione è all’altezza perchè restituisce la profondità e la complessità di temi e linguaggio originale), l’opera riesce a dare concretezza e realtà alla sofferenza di un popolo, all’agonia di decenni, al tentativo di distruzione della speranza.

La Trilogia è divisa in tre parti, scritte in momenti differenti della vita dell’autore.

Diario di un’ordinaria tristezza (1973) è la reazione di Darwish all’esperienza drammatica della Nakba, alla mancanza di speranze e prospettive; è il tentativo di elaborazione del lutto e al tempo stesso di far sopravvivere la speranza per il ritorno alla propria terra; è la disperazione per la mancanza di razionalità alla scomparsa di una nazione. Il sentimento dominante è la rabbia. La maestria dell’autore è nella ricostruzione storica per via indiretta attraverso la composizione del proprio trauma interiore e e della rottura della società palestinese preesistente al 1947. Attraverso la sofferenza del profugo, del perseguitato, dell’uomo privato della propria nazionalità, del prigioniero, Darwish rende reali situazioni da “Il processo” di Kafka o da Teatro dell’assurdo alla Ionesco. L’urlo è disperato, ma non diventa mai sete di vendetta, piuttosto richiesta di una composizione, o quanto meno richiesta di ascolto. La rabbia non risparmia nessuno ed è dettata dalla totale mancanza di comprensione dell’accaduto. Le colpe sono individuate e nessuno è risparmiato: israeliani, arabi palestinesi, arabi falsi fratelli, potenze straniere. Stordisce per l’attualità capitolo Silenzio per Gaza. Io invito a leggerlo perché è una preghiera per la sopravvivenza e non un incitamento al terrorismo. Il risultato è la necessità di fuggire, trovare altrove la pace, che ovviamente non arriverà mai.

Memoria per l’oblio (1984) Darwish ripercorre l’assedio di Beirut che lui vive direttamente. La tragedia trova in queste pagine le parole giuste alla sua descrizione e alla comprensione anche se sprofondati in una poltrona. Ho trovato geniale l’espediente narrativo iniziale: sotto un bombardamento in piena notte non si ha il coraggio di reagire, si è stanchi di cercare di sopravvivere e la mente fissa un punto: il caffè. Alzarsi per preparare un caffè, il significato del caffè, il rito orientale del caffè per sfuggire all’inevitabilità della morte; l’impossibilità di compiere un gesto normale come prendere il caffè nella metafora dello stadio di assedio. Beirut, Memoria diventa un canto per Beirut ovest sotto i colpi dell’aviazione israeliana, Beirut che non esisteva prima nelle canzoni, nella narrazione dell’identità libanese e che diventa simbolo solo sul punto di essere distrutta. La narrazione è scomposta, frammentata. Il personale si confonde e si intreccia con il collettivo. Il terrore, la paura si fondono al bisogno di pace che si rende possibile solo nella morte. Il silenzio. L’importanza del silenzio nel rumore, frastuono assordante e incessante dei bombardamenti. Tutta la vita è sopravvivenza e si regala l’oblio del presente attraverso atti sconsiderati.

In presenza d’assenza (2006). I “presenti assenti” sono (stati) tutti i palestinesi che dopo il 1947 sono tornati nelle loro terre, con la sorpresa di scoprire che la Palestina non esisteva più, il nome stesso era stato cancellato come i documenti di identità, di proprietà, il riconoscimento formale e informale della propria esistenza. I Palestinesi si trovavano in territorio Palestina/Israele solo ufficiosamente o illegalmente, dato non avrebbero potuto essere in un posto inesistente. Così Darwish concentra la sua attenzione su questo paradosso, assurdità e vergogna allo stesso tempo, ma la parte finale della trilogia è rassegnazione, è consapevolezza che ormai è inutile sperare di tornare alla normalità del 1947. Come si potrebbe se per milioni di Palestinesi a normalità non è la terra, una casa, una scuola, negozi, ma campi profughi, tende, palazzi alveari? La nostalgia domina questa terza parte “La nostalgia è la voce del vento“, ma non c’è spazio per la rassegnazione.

La nostalgia è il lamento del diritto incapace di dimostrare la forza del diritto davanti al diritto della forza

il lungo periodo intercorso tra l’uscita e il rientro ti consente di congedarti dall’esilio con tutta la malinconia del merita.

Alla Trilogia segue Il Giocatore di Azzardo, un breve poema in versi un vero dono dove la parola riscopre tutto il suo valore e la sua profondità.

Un vero gioiello.

Consigliato: è ovviamente di parte eppure stupisce l’umanità di Darwsh anche contro il nemico

Sconsigliato: è un libro poetici e allo stesso tempo crudo, reale, profondo. Oltre le ideologie, tende a influenzare il proprio punto di vista sulla questione palestinese. Pro o contro

Autore: Mohamad Darwish
Editore: Giocamo Feltrinelli, Collana Comete
Lingua originale: arabo, traduzione in italiano a cura di Elisabbetta Bartoli e Ramona Cruciani
Lunghezza stampa: 410 pp
Prezzo di copertina: 25,00

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Informazioni su Tatiana Larina

russa per vocazione, dedica ogni minuto libero a leggere qualsiasi cosa le passi a vista da arabi, persiani e indiani a scandinavi e russi, dai diari di viaggio alle saghe familiari e fantasy con un debole dichiarato per l‘italiano puro. Non che disprezzi chick-lit, fantasy e gialli da strapazzo, ma per carità non propinatele spazzatura spacciata per capolavori. Mamma e ricercatrice, dopo un decennio o più a girare per trovar chi sa cosa, è arrivata alla conclusione che un libro come si deve ti porta più lontano del ‘Millennium Falcon’.

Un commento su “Una Trilogia Palestinese

  1. Pingback: Ci mettiamo la faccia: i migliori libri letti nel 2014 | Parla della Russia

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Questa voce è stata pubblicata il 11/10/2014 da in Amore a prima svista, Ora in libreria, Puskin&Co, Un classico è per sempre con tag .

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