Parla della Russia

I took a speed-reading course and read War and Peace in twenty minutes. It involves Russia.

Joseph Anton

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Che sia chiaro: le mie annotazioni su Joseph Anton stropicciano abbondantemente tutto il nutrito tomo, ed in questa recensione rischio di propinarvi citazioni per l’ammontare di circa un decimo del volume. E questo è un fatto. Un altro fatto è che considero Salman Rushdie uno dei più grandi scrittori viventi, e probabilmente sono partita con un (non lieve) pregiudizio positivo nei suoi confronti.

Fatta questa premessa, veniamo a Joseph Anton, l’alter ego di SR, la persona che lui è diventato nei lunghi anni in cui ha dovuto nascondersi a seguito della Fatwa

 “Conrad, il translinguistico creatore di avventurieri, perduti o meno nel mondo, di viaggiatori nel cuore di tenebra, di agenti segreti in un universo di assassini e di bombe, e di almeno un’immortale figura di codardo, nascosto alla propria vergogna; e Čechov, il maestro della solitudine e della malinconia, della bellezza di un mondo antico distrutto dalla brutale avanzata di quello nuovo, come gli alberi nel giardino dei ciliegi; Čechov, con le sue Tre sorelle che credevano che la vita reale fosse altrove e si struggevano di desiderio per una Mosca in cui non potevano tornare: questi, ora, erano i suoi padrini.”

 

Il libro inizia proprio il 14 Febbraio del 1989, il giorno in cui fu emessa la sentenza di morte nei confronti di SR, e ci conduce avanti ed indietro nel tempo, in una sorprendente autobiografia in cui sono da sottolineare secondo me tre elementi:

1)  Innanzitutto la superba capacità di SR di fare letteratura, per cui anche questo libro resta un puro prodotto letterario, e godibile in quanto tale, con passaggi letterariamente belli, spesso struggenti

 “Nell’abbraccio che gli diede quella sera era condensata tutta la loro relazione, il desiderio, l’amore, il matrimonio, l’esperienza genitoriale, le infedeltà (soprattutto quelle di lui), il divorzio e l’amicizia che ancora li univa.”

 

 “Si era sempre trovato d’accordo con i surrealisti, i quali sostenevano che l’abitudine inibisce la nostra capacità di percepire la straordinarietà del mondo. Che ci abituiamo allo stato di cose presenti, alla quotidianità dell’esistenza, e allora una sorta di polvere, o un velo, ci offusca la vista e ci lasciamo sfuggire la vera, miracolosa natura della vita sulla Terra. E che il compito dell’artista è proprio quello di rimuovere quella patina accecante e riattivare la nostra sopita capacità di meravigliarci.”

 

 “[…]anche lui navigare fra i suoi personali Scilla e Cariddi, i mostri della paura e della vendetta. Se fosse stato vinto dal timore o dall’esitazione, ma anche dalla rabbia e dal desiderio di rivalsa, la sua arte ne sarebbe stata irreparabilmente straziata. Sarebbe diventato una creatura della fatwa e niente di più. Per sopravvivere doveva accantonare il violento contrasto dei sentimenti che lo scuotevano e provare a continuare a essere lo scrittore che aveva sempre tentato di essere, seguitando a percorrere la strada che aveva scelto. Qualsiasi altra via avrebbe condotto a un misero fallimento. Ne era certo. Si scordò però che c’era un terzo mostro da evitare: quello che induce a cercare a ogni costo l’approvazione degli altri, quello che fa desiderare, nella propria debolezza, di essere amati. Era troppo cieco per accorgersi che stava correndo a capofitto verso quel baratro; e fu la trappola che si richiuse su di lui, e quasi lo distrusse per sempre.”

 

2)  L’aspetto ideologico/militante e politico. La lotta di SR contro i suoi persecutori, è chiaramente un simbolo: il simbolo della libertà di pensiero e di espressione conto il fondamentalismo religioso. In questo senso il libro stesso ( I versi satanici) o l’autore stesso perdono mano a mano di spessore, per guadagnare invece sempre più la funzione simbolica. SR non desiderava questo. Ripetute sono le sue proteste e le sue lamentele nelle pagine dedicate all’inizio della lotta, in cui il suo sforzo era incentrato nella necessità di considerare i Versi Satanici per quello che era, un libro.

Pensava ai criteri di qualità adottati per soccorrere altri libri condannati quali L’amante di Lady Chatterley, l’Ulisse, Lolita; perché quell’attacco violento non era sferrato contro il romanzo in generale, o contro la libertà di espressione in sé e per sé, bensì contro una determinata sequenza di parole (la letteratura, come avevano ricordato gli italiani al Queluz Palace, è costituita da frasi) e contro le intenzioni, l’integrità e l’abilità dello scrittore che le aveva messe insieme.”

Ma col passare del tempo, Salman/Joseph riconosce la necessità storica e politica di costituire un fronte razionalista, di riportare la libertà di parola al primo posto nelle necessità della società. A questo si affianca il profondo senso della STORIA di Rushdie, che emerge non solo in tutti i suoi libri di fiction (e di questo ho già parlato), ma anche in questo libro.

“Era uno storico di formazione e voleva che la sua narrativa seguisse l’alto dettame dell’indagine storica: provare a capire come le vite individuali, le comunità, le nazioni e le classi sociali fossero modellate da potenti forze, pur conservando a volte la capacità di far cambiare loro direzione.”

 

 “Il personale e il politico non potevano più essere tenuti separati, era finita l’epoca di Jane Austen, che poteva scrivere un intero corpus di opere nel bel mezzo delle guerre napoleoniche senza mai menzionarle e per la quale la principale funzione dei soldati dell’esercito inglese era indossare alte uniformi e presentarsi elegantissimi ai gran galà. Né tantomeno avrebbe scritto il suo libro in un inglese freddo e tranquillo alla maniera di Forster. L’India non era fredda. Era bollente; sì, bollente e sovrappopolata, e volgare, e chiassosa. Gli serviva un linguaggio che riecheggiasse tutto questo, e si mise sulle sue tracce.”

 

“il prorompere di un irrazionalismo popolare di massa”, formulazione che conduceva a un interrogativo assai interessante e di difficile soluzione proprio per una persona di sinistra, ossia: come bisogna reagire quando le masse diventano irrazionali? Può “il popolo” avere semplicemente torto marcio?”

3)  Al terzo posto metto l’aspetto puramente narrativo che al lettore medio suona così “Com’è la vita di uno scrittore pluripremiato? Come passa il suo tempo? Chi frequenta?” E così si parla di viaggi con Bruce Chatwin, di aperitivi da Kurt Vonnegut, di battibecchi con Norman Mailer e così via. Trovo questo aspetto assolutamente non predominante nella narrazione, e mi ha molto stupito leggere recensioni che trattano questo libro come una pura serie di pettegolezzi. [“Il grande gigante poco gentile, Roald Dahl, dichiarò alla stampa che “Rushdie è un pericoloso opportunista”.] Per NON vedere l’aspetto politico dell’opera di Rushdie bisogna esser proprio ciechi, a parer mio.

 

Essendo un tema a me caro, mi sono risultate particolarmente pregevoli le pagine in cui il giovane Salman si riconosce come altro nella società inglese. Quelle in cui parla di sé stesso come di un nero. Quelle in cui riconosce l’essere un migrante. E naturalmente quelle in cui tutto questo assume un senso nella sua costante militanza antirazzista.

Fino a quel momento non si era mai considerato come l’Altro di chicchessia. Ma alla Rugby School imparò una lezione che non dimenticò mai: ci sarebbe sempre stato qualcuno a cui semplicemente non piaceva, qualcuno che lo considerava alieno, un piccolo omino verde o un blobbone mucoso dell’Oltrespazio, e provare a fargli cambiare idea era una battaglia priva di senso. In seguito, in circostanze più drammatiche, sarebbe stato costretto a imparare di nuovo quella lezione.”

 

“Perché quel ragazzo aveva deciso di lasciarsi tutto alle spalle e di andarsene verso l’ignoto all’altro capo del pianeta, lontano da chi lo amava e da tutto ciò che conosceva? Che fosse colpa della letteratura (era un autentico topo di biblioteca)? Allora la responsabilità sarebbe caduta sui suoi adorati Jeeves e Bertie, o sul Lord di Emsworth e la sua scrofa da competizione, l’imperatrice di Blandings. O invece a convincerlo era stata l’ambigua attrazione esercitata dal mondo di Agatha Christie, nonostante il villaggio di Miss Marple, il micidiale St Mary Mead, avesse il più alto tasso di omicidi d’Inghilterra? O magari gli amoreggiamenti in barca sul Lake District del ciclo di racconti per l’infanzia di Arthur Ransome, Swallows and Amazons? Oppure, ancora peggio, le terribili bravate letterarie di Billy Bunter, il “Gufo del remoto”, protagonista grassone della ridicola Grayfriars School di Frank Richards che annoverava tra i suoi studenti almeno un indiano, Hurree Jamset Ram Singh, “lo scuro nababbo di Bhanipur” dal bizzarro inglese magniloquente e sintatticamente tortuoso (“essendo che la tortuosità stessa” avrebbe detto lo scuro nababbo “è mirabile anzichenò”)? In altre parole, era stata una decisione infantile quella di avventurarsi in un’Inghilterra immaginaria che esisteva soltanto nei libri? O non era invece un sicuro indizio del fatto che in quel ragazzo “così gentile e tranquillo” si annidava una creatura dal cuore insolitamente avventuroso, abbastanza intrepido da spiccare un salto nel buio proprio perché si trattava di un passo verso l’ignoto, un giovane che aveva intuito la propria futura capacità di adulto di sopravvivere, e prosperare, ovunque lo avrebbero condotto le sue peregrinazioni, e che era capace senza sforzo, in maniera persino crudele, di inseguire il sogno di “andarsene lontano”, tagliando i ponti con le lusinghe, e naturalmente anche con la noia, di una comoda “casa”, abbandonando senza troppi rimpianti la madre e le sorelle affrante?”

 

 “In compenso il razzismo fu qualcosa che comprese molto in fretta. Più di una volta gli capitò di aprire la porta del suo studiolo e trovare un testo a cui stava lavorando ridotto a brandelli, i frammenti sparpagliati sulla sua poltroncina rossa. Una volta qualcuno gli scrisse sul muro le parole WOGS GO HOME, negri andate a casa. Strinse i denti, digerì gli insulti e continuò a fare il suo lavoro.”

 

 “In un’epoca di grandi migrazioni, in giro per il mondo c’erano milioni di soggetti sradicati costretti a far fronte a problemi colossali, la mancanza di un tetto sotto cui vivere, la fame, la disoccupazione, la malattia, le persecuzioni, l’alienazione, la paura. Tra tutti costoro era uno dei più fortunati, ma anche lui doveva fare i conti con un grave assillo, quello dell’autenticità. Era inevitabile, il soggetto migrante passa dall’omogeneo all’eterogeneo, appartiene a più di un posto, è multiplo e non singolare, risponde contemporaneamente a stili di vita diversi, ed è dunque più frastornato della media. Ma, si chiedeva, esiste un modo per essere – o per diventare bravi a essere – non sradicati, bensì molteplicemente radicati? Per non soffrire della perdita dei legami, bensì trarre beneficio dalla loro sovrabbondanza? C’era bisogno che le diverse radici fossero di forza uguale o comparabile, e lui temeva che quella che lo univa all’India si fosse ormai troppo indebolita.”

 

 “Lo scrittore indiano émigré che ascoltò questa storia si rese conto che il senso di appartenenza era per tutti e due una questione aperta, importante e spinosa. Entrambi erano chiamati a rispondere a domande che non si ponevano ad autori caratterizzati da una sola lingua, una sola cultura, un solo luogo, ed entrambi dovevano accontentarsi di prendere per vere le risposte che riuscivano a darsi. Chi erano, a chi o a cosa appartenevano? O non dovevano forse considerare il concetto stesso di appartenenza una trappola, una gabbia da cui avevano avuto la fortuna di poter scappare? Per ciò che lo riguardava, arrivò alla conclusione che quelle domande richiedevano di essere riformulate. Non aveva risposte a interrogativi concernenti luoghi o radici, ma sapeva rispondere a domande sull’amore. “Chi ami? Che cosa puoi lasciarti alle spalle? Che cosa hai invece bisogno di portarti dietro? Dov’è che il tuo cuore si sente ricolmo?”.

 Il libro contiene anche il racconto della nascita delle idee per i suoi altri libri: una vera miniera di tesori per chi questi libri li ha amati!

 “[…]non scordò però le loro storie mai filmate, non scordò la radura boschiva, piena di bambini che capitombolavano e camminavano in equilibrio sulla corda, dove si addestrava una nuova generazione di “clown” che forse non avrebbe più avuto una platea di fronte alla quale esibirsi, piccoli funamboli che forse un giorno avrebbero lasciato cadere la spada finta dell’attore per raccogliere la pistola vera della jihad islamica. Molti anni dopo, essi diventarono il cuore del suo “romanzo sul Kashmir”, Shalimar il clown.”

C’è poi l’aspetto puramente umano di Salman, che si vede costretto da un giorno all’altro ad abbandonare la sua vita, per come la conosceva, ed ad avventurarsi in un mondo diverso, dove suo figlio piccolo vede la sua effigie presa di mira dai fondamentalisti, dove per andare a cena con un’amica deve ricorrere a mille sotterfugi, dove non sa più se può fidarsi della sua stessa moglie. Ma chi scrive questa storia umana non è un semplice cittadino a cui sono piombati in testa degli avvenimenti incontrollabili o bizzarri. Chi scrive è uno dei più grandi scrittori che abbiano diviso con noi comuni mortali questa epoca difficile.

 Rushdie ci regala così un’opera che è al contempo storica e letteraria, nella scia della sua stessa tradizione, ma nello stesso tempo, essendo la narrazione (personale certo) di fatti accaduti davvero, la profondità stessa della storia assume un significato molto più vicino a noi e ci impone di riflettere su noi stessi, sulla società, sulla religione e sul mondo.

 

Dedico questa recensione alla mia cara amica Tatiana Larina, sperando che legga il libro e si ricreda almeno un po’.

 

Titolo: Joseph Anton
Autore: Salman Rushdie
Editore: Mondadori
Pagine: 660
ISBN: 9788804615132

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Informazioni su zaidenoll

Archeologa Preistorica, convinta evoluzionista, militante multiculturalista e lettrice ossessivo compulsiva: dall’etichetta dello sciampo all’ultimo numero di Nature. La sua #sfida2016: curarsi con i libri, che siano premi nobel o robetta terapeutica.

6 commenti su “Joseph Anton

  1. Tatiana Larina
    21/07/2014

    io continuo ad avere la mia opinione composita e contraddittoria su Rushdie – al grandissimo scrittore che mi piace infinitamente, si contrappone nella mia mente l’uomo con le obiezioni che bene conosci – ma questa recensione Zaide è superiore! grazie!!

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  2. Agata (e la tempesta)
    21/07/2014

    L’ha ribloggato su LibriPensierie ha commentato:

    Rushdie commentato da Zaidenoll…

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  3. zaidenoll
    22/07/2014

    Tati, però ascoltare il suo punto di vista glielo devi, a quest’uomo!

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  4. Ma se uno dovesse assolutamente leggere un libro di Rushdie, quale sarebbe?

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  5. zaidenoll
    22/07/2014

    Io direi “I figli della Mezzanotte”, Capolavoro., Non per niente ha vinto sia il Man Booker Prize che il Booker dei Bookers ( cioè è stato eletto il migliore tra tutti i vincitori del Bopoker).

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  6. speranza
    22/07/2014

    bella bella bella recensione.
    e ascoltiamolo sto punto di vista.

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